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Avanguardie e modernità

La crisi dei generi e dei codici letterari era legata, tra la fine dell'Ottocento e i primi decenni del Novecento, a un generale problema di adeguazione delle forme estetiche alla realtà moderna. Se il problema è quello di una mimèsi totale, di una restituzione fenomenologicamente intrepida, al di qua di ogni mediaizone ideologica, dell'inferno, del magma, della crisi o dell'esaurimento di una tradizione e di un sistema simbolico, allora il problema dell'oscurità non sarà mai un problema di buona o cattiva volontà degli autori.  Ribadendo questo elementare principio, le neo-avanguardie europee, tra la fine degli anni Cinquanta e la prima metà degli anni Sessanta, difesero l'oscurità (quella di Pound e di Joyce, quella di Mallarmé e quella di Beckett) come dato essenziale di tutta la letteratura moderna.

Questa oscurità non era che la registrazione del caos obiettivo e della crisi delle interpretazioni e visioni del mondo totalizzanti. Non si presentava, quindi, come uns emplice fenomeno di cattivi o pessimi rapporti tra la letteratura mdoerna e il suo pubblico. Era, soprattutto, il risultato o riflesso di una condizione di lacerazione radicale: un fatto, cioè, di ontologia storica della Modernità.   In questo senso, l'oscurità della letteratura moderna, prima che essere una scelta è una condanna. Se la leggibilità, la fruibilità (come si diceva allora) di un testo letterario non può essere decisa dallo scrittore se non a prezzo di un'automistificazione e di un tradimento della sua vocazione autentica, questo avviene anzitutto perché lo scrittore è più un medium di esperienze che un facitore di progetti. Il paradosso di ogni avanguardia, d'altra parte, è proprio qui. Nel momento in cui l'esperienza d'avanguardia si incarna in una forma di autoriflessione organizzata (gruppi, manifesti, tendenza letteraria come tendenza politica, laboratorio sperimentale, critica come propaganda, attivismo, ecc.) la stessa esperienza in nome e difesa della quale l'avanguardia si organizza tende a vanificarsi. Allo scrittore come medium di esperienza, si sostituisce lo scrittore come facitore di programmi. Le avanguardie, sia storiche che recenti, hanno forse questo di essenziale: ci ricordano quanto eroico e difficile  da sostenere sia il ruolo dell'artista e dello scrittore moderno,  e come gli artisti e gli scrittori del Novecento si siano visti costretti a neutralizzare in vari modi, con vari espedienti, i rischi radicali di autodistruzione, di perdizione, di fallimento, insiti nella ontologia storica dell'arte moderna.

I gruppi organizzati d'avanguardia, perciò, non vanno confusi con le esperienze e le opere, per lo più molto solitarie e spesso iper-individualistiche, dei massimi autori moderni: Mallarmé, Hopkins, Kafka, Benn, Rimbaud,  Proust, Céline, Gadda. Le avanguardie sono un fenomeno che riguarda più la sociologia della cultura che l'arte in senso stretto. La prassi di questi gruppi si è soprattutto preoccupata di costruire la barriera, il riparo di cui sentono bisogno gli artisti e gli scrittori moderni, in quanto gruppo e poi corporazione, per neutralizzare il rischio apocalittico della modernità, trasformando il caos in nuovo ordine, un'esperienza radicale di autenticità in un programma, in un manifesto. Così, le avanguardie istituiscono l'estremismo estetico moderno come falsa coscienza. Nel momento in cui il gruppo d'avanguardia fa del moderno la propria bandiera, neutralizza il moderno in quanto emergenza non codificabile, in quanto scandalo di un'arte non riconciliata con se stessa, con il suo pubblico, e perfino cn i propositi e le carriere di coloro che ne sono gli artefici: gi autori stessi.

(A.BERARDINELLI, L'esteta e il politico, Torino, 1986, p. 31-33) 

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