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La storia fatta coi quadri

Prendiamo l'affermazione di Carlo Petrini (Slow Food) per cui sarebbe stata una "tradizione" in Italia il "desinare in lieta compagnia". E' vero?

No.

Chi volesse avere un’idea realistica di quale fosse il genere di “desinare” proprio dei contadini fino a tempi molto recenti, potrebbe limitarsi ad osservare con attenzione alcuni quadri.
Ad esempio, il Mangiatore di fagioli (1583) di Annibale Carracci

ci mostra che la dieta quotidiana dei contadini (anche di quelli passabilmente abbienti, come quello ritratto, che, oltre a possedere un cappello con la piuma e abiti in discreto stato, poteva anche permettersi di mangiare in un’osteria) era esclusivamente vegetale: pane, zuppa di legumi, porri, una torta salata con verdure. D’altronde, la monotonia della dieta contadina era un ben noto cliché, infaticabilmente ripetuto: chi non ricorda Bertoldo, il quale “morì con aspri duoli/per non poter mangiar rape e fagiuoli”?

Se poi allarghiamo lo sguardo al di là della tavola imbandita, troviamo altre gravi ragioni per mettere in dubbio che quello dei contadini sia mai davvero stato un “desinare in  lieta compagnia”.

Ad esempio, osservando il quadro seguente, Il pasto dei contadini (1642) di Louis Le Nain,

 

a colpirci, oltre la povertà estrema degli abiti, degli arredi e dello stesso pasto, è il fatto che intorno al desco (piccolo e basso), sugli unici tre sedili, siedano solo gli adulti maschi: i bambini e le donne stanno dietro, in piedi. Questo non è un caso: sono innumerevoli le testimonianze circa il fatto che le donne e i bambini, tra i contadini, non mangiassero se non dopo che gli adulti maschi avevano terminato il pasto, e talvolta non mangiassero  neppure nella stessa stanza – anche perché, pur con tutta la buona volontà, nella maggior parte dei casi il tavolo (quando c’era, cioè non sempre e non spesso) non sarebbe bastato per far accomodare tutta la famiglia, e comunque non ci sarebbero stati abbastanza sedili!

Commenti

Scusa, ma se lui parla dello stare in lieta compagnia cosa c'entra il fatto che fossero poveri o che il tipo di dieta era scarsa?

Poi, si riferisce al 600 o ai nostri anni 50 il Petrini?

Non è che Petrini si riferisce alla questione che abbiamo perso il gusto della tavola intorno alla quale la famiglia si riuniva alla fine della giornata e che era un modo per raccontarsi le cose fatte?

mario | 26.10.09 17:47

Sicuro, Petrini vuol dire proprio quello. Solo che si dimentica che quella non è mai stata una tradizione contadina: è una abitudine borghese e successiva alla Rivoluzione Industriale, e quanto alle nostre campagne, si è diffusa solo dopo gli anni Cinquanta (cioè con la green revolution, l'agroindustria, l'urbanizzazione e tutte quelle altre cose che Petrini detesta).

Luca | 26.10.09 17:58

Però.... Bruegel Nozze contadine i magna e i bevi tuti insieme. Mumble... sarebbe da ravanare nella pittura di genere & bamboccianti.

etienne64 | 26.10.09 19:11

E graziealcavolo, etienne: che c'entrano i pranzi di nozze???

Luca | 26.10.09 19:57

Che forse l'idea de magnar e bever tuti insieme non appena possibile e financo quotidianamente è uno di quei comportamenti sociali che paiono appiccicati all'umana gente anche nell'età moderna, oltre che nel medioevo, nell'antichità, nonché nell'età contemporanea.
Che poi non mangiassero peperonata d'Asti (se non ad Asti ;-) ) è un'altra faccenda.
Insomma, dire che la convivialità del cibo sia una faccenda post II GM mi pare un po' ardito e non mi convinco del contrario guardando la riproduzione del lacrimoso quadro di Le Nain.
P.s. Tra le altre i quadri sono documenti assai poco attendibili: la pittura di genere sguazzava nell'indulgere in scenette patetiche e commoventi. In compenso, prima della pittura di genere, i pittori di quel che facevano i villici semplicemente se ne sbattevano e se trovi qualcosa lo trovi quasi per sbaglio.
Infine, una questione di tempi.
Per testimonianze orali, mi permetto di dire che, quantomeno alla fine dell'800 era già ampiamente diffusa l'idea che si dovesse mangiare tutti insieme. Prova: ricordare cosa diceva tua nonna di quel che dicevamo i suoi nonni (arrivi attorno al 1870 decennio più, decennio meno).
Vado a memoria. Manzoni dà per ovvio che quando Renzo si reca dai supoi compari trovi la famiglia riunita a cenare (e relativa gioia dei commensiali a cui viene sottratta la concorrenza di bocche voraci).
Sicché, già per Manzoni e siamo nella prima metà dell'800 (se ricordo bene, I Promessi Sposi ult. versione sono del 1842, mentre il Fermo e Lucia dovrebero essere del '24 o 28)il pasto era una faccenda conviviale.
Posso azzardare, così, che la faccenda la si può dire già presente mezzo secolo prima, anche in ragione della lentezza dei mutamenti dei costumi contadini?
Nzomma, una tradizione dopo due secoli penso sia affermabile.
Quanto alla letizia che a dire di Petrini svolazzava felice attorno a quelle tavole.... beh, su questo hai perfettamente ragione, rape e fagiuoli dan grandi duoli ;-)

etienne64 | 26.10.09 20:49

posso dare una testimonianza tanto anedottica quanto genuina?

nella prima metà del secolo, al tempo dei miei bis e tris nonni, l'uomo mangiava, la donna serviva e mangiava, dopo, quel che restava. il mio antenato non era esattamente un tipetto civilizzato, diciamo così, quindi lascia il tempo che trova.

in tema di convivialità ancora ai tempi di mio nonno chi non aveva soldi, ma fame, si "imbucava" ai matrimoni, mettendosi il vestito buono e approfittando della confusione per mangiare tutto il possibile. anche lì convivialità zero, che si badava a non essere scoperti.

tfrab | 26.10.09 23:40

Secondo Tito Livio, "Gallos traditur fama dulcedine frugum maximeque vini nova tum voluptate captos Alpes transisse", ma nel '400 un tale Francesco Tedaldi scrive:
"Sommi nutrito ne la magna Francia
a copia di vin buoni e a capponi,
fagian, conigli, pernice e pagoni
e pesci buon da tener ben la pancia.
Or son tornato a carne secca e rancia,
a vecchi infermi e a magri castroni;
vin tristo beo e spesso di cerconi:
quando ho del buon, mi par aver la mancia.
Pur a le volte un po' di torticina
di carne fredda, di fromaggio e d'ova,
di quella che ci avanza la mattina.
In casa nostra spezie non si truova,
però non ragionar di gelatina,
ché troppo ci parrebbe cosa nuova.
E questo sa chi 'l pruova,
che gioco egli è spiacevole e malvagio
tornar a questa vita da quell'agio."

Del resto alcuni parlano di un'Ultima Cena, non di un'Ultima Telefonata, e all'assedio di Troia gli Achei non fanno che sacrificare tori, bruciare il grasso e le viscere per spartirlo con gli dei e il resto fra loro.

"Spartire" o "condividere" qualcosa, e il cibo in particolare, ha decisamente un rapporto con la 'lieta compagnia', ma vi risulta una compagnia che è 'lieta' perché mangia qualcosa che gli altri NON mangiano?

Francesca | 27.10.09 11:00

Ma chi lo nega che quella "de magnar e bever tuti insieme non appena possibile e financo quotidianamente" sia un'aspirazione di tutti, da sempre? L'uomo non è forse quell'animale che naturalmente produce rapporti sociali (Colletti)?
Però non confondiamo i fenomeni saltuari, come può essere una festa (tipo il matrimonio) con la vita quotidiana. Nel quadro di Bruegel che citi tutti stanno seduti: stai tranquillo che dentro la casa degli sposi, tempo cinque anni posto a sedere per tutti intorno al desco familiare non ci sarebbe stato più (ammesso e non concesso che almeno metà dei figli fosse sopravvissuta).

Luca-->etienne | 27.10.09 13:31

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