Le parole e i fatti
Il vizio d’origine della nostra iniziativa rivoluzionaria – nostra, cioè di quelli della mia generazione che si sentirono rivoluzionari – derivò dal trovarci di fronte un vasto schieramento politico e sindacale che agiva di fatto all’interno dei rapporti sociali e della democrazia politica <<borghesi>>, ma continuando a parlare un linguaggio sovversivo. C’era una sproporzione scandalosa fra le parole e i fatti di quella sinistra <<ufficiale>>. Non solo: ma poiché gli uomni tengono più alle parole che ai fatti, e a quelle restano più tenacemente fedeli, e dai tradimenti di quelle si sentono più intimamente feriti, quando voci autorevoli dentro la sinistra ufficiale azzardavano sortite verbali che provassero a ridurre la distanza fra l’ideologia e la pratica, il loro isolamento si faceva più forte. Era così per la <<destra>> del Pci, o prima ancora per il Psi e la sua aspirazione governativa, o per il sindacalismo più <<riformista>> (più riformista che riformatore, del resto).
Le burocrazie dirigenti della sinistra storica e i loro capi tenevano in ostaggio la <<base>> con la continuità di un linguaggio, ed erano a loro volta ostaggi dell’irriducibilità di quella base a nuove musiche e nuove parole. Questo reciproco sequestro era l’ortodossia. Quando arrivò per una buona parte della nostra generazione il turno di entrare in scena, sospinta da una congiuntura internazionale senza precedenti, lo scandalo morale per la <<doppiezza>> della sinistra ufficiale, la scissione plateale fra teoria e pratica, si tradusse in una tensione urgente a colmare quel divario dal lato della pratica, dell’azione. Il volontarismo attivistico fu caratteristica saliente di quel nuovo estremismo giovanile, quando non si alsciò irrigidire da dogmatismo ideologico. la distanza fra le parole e i fatti – il binario doppio, la simulaizone rivoluzionaria e la pratica del quieto convivere – volemmo sanarla rieducando i fatti a corrispondere alle parole, cercando nell’azione la coerenza rinnegata. Questo valeva anche, e anzi a maggior ragione, per la questione della violenza. Il retaggio della violenza popolare (...), della violenza difensiva e della violenza levatrice di una storia nuova e di un uomo nuovo, questo retaggio era ben più antico e radicato del movimento operaio e del marxismo, e scendeva dal tronco della rivoluzione francese e dai rami del patriottismo risorgimentale e, fin nello stesso Sessantotto, della ribellione cattolica al privilegio e al potere. Piuttosto che rimettere in discussione le parole, noi le riprendemmo e le rincarammo (...) Per molto tempo la nostra verità di rivoluzionari di fronte alla moneta falsa di chi continuava a scrivere la parola rivoluzione sulla targhetta del suo ufficio ma guardandosi bene dal perseguirla nella vita, consistette anche in una mezzo comica mezzo patetica gara all’oltranza delle parole: e se gli altri gridavano Vietnam libero noi gridavamo Vietnam rosso, e se chiedevano il Disarmo della polizia in servizio di ordine pubblico (...) noi chiedevamo il Fucile agli operai. Era un gioco di quelli che prendono la mano. Le parole sono indulgenti, permettono un’oltranza infinita, al riparo dal passaggio al fatto. Le parole non sono pietre. Ma sono anche esigenti, e perfino esose, e a furia di sentirsi pronunciare e scandire e gridare presentano un loro conto. Le pietre non sono parole – ti rinfacciano a quel punto. E da lì in poi qualcuno non resta più al di qua del riparo, passa la linea che li separa dai loro fatti (...) E chi oltrepassa quella linea, può essere semplicemente uno manesco, uno che ha avuto un’infanzia cupa, uno più frustrato o più fanatico; ma può anche essere uno dei migliori, uno che si costringe a fare quello che tutti proclamano doveroso fare, tenendosene al di qua, per viltà o pusillanimità o qualche altra debolezza. Di queste due genie di uomini (e di donne), e della gamma di sfumature che conduce dall’una all’altra, sono fatte le minoranze che nei tempi tempestosi prendono il primo piano, e possono trovarsi dalla parte giusta e dalla parte sbagliata, e diventare eroi popolari o terroristi messi al bando, e naturalmente la differenza fra la parte giusta e sbagliata è molto importante,e ancora di più la differenza fra la stagione della guerra vera e la stagione della guerra inventata, ma differenze così importanti non cancellano del tutto l’affinità. Io ho questo cocnetto della corresponsabilità: che se qualcuno traduce in atto quello che anch’io ho proclamato a voce alta non posso considerarmene innocente e tanto meno tradito. ne sono corresponsabile. Solo di quello, del resto, e non di altro. Di nessun atto terroristico degli anni ’70 mi sento corresponsabile. Dell’omicidio Calabresi sì, per aver detto o scritto, o per aver lasciato che si dicesse e si scrivesse, <<Calabresi sarai suicidato>>.
Ma allora, ogni distanza fra parole e fatti è destinata a cadere? Sulle parole deve calare una censura preventiva tale da mutilarle fino a renderle invalide al loro fine di espressione? No, certo. Lo zelo fanatico della correttezza verbale si tramuterebbe in una repressione insostenibile, sarebbe il mondo di Fahrenheit 451. Tuttavia c’è un lunghissimo vocabolario da attraversare prima di arrivare a quel deserto della memoria e dell’espressione. C’è un ragionevole controllo da esercitare sulle proprie parole, lo stesso che si impara quando ci si sia bruciati una volta. Lo sguardo lungo fino al punto in cui il fatto potrebbe seguire. La noviolenza, se non è uno scioglilingua per la riabilitazione dei reduci e combattenti, è questo: la correzione di un modo d’essere non tanto dal versante della pratica, ma della grammatica, del pensiero e delle sue parole. Nel famoso Sessantotto noi ne avevamo di parole nuove a disposizione, e la nostra colpa – una debolezza del pensiero, un’ignoranza e una soggezione – fu nel cedere alle vecchie, pur sentendo che si veniva ritrascinati lontano dalla terra promessa. Piazza Fontana fa da spartiacque perchè davvero lì questa retrocessione avvenne bruscamente, violentemente e tetramente. Ma i germi di quella sua tendenza la precedettero, e una misura di libertà e di autonomia riuscì anche a succederle.
Questo a me sembra – da tantissimi anni, e molto prima che mi venisse assegnata una parte di proscenio nel copione inesauribile della Strage di Stato – il cuore di una radicale crtiica della violenza.
Ma allora, ogni distanza fra parole e fatti è destinata a cadere? Sulle parole deve calare una censura preventiva tale da mutilarle fino a renderle invalide al loro fine di espressione? No, certo. Lo zelo fanatico della correttezza verbale si tramuterebbe in una repressione insostenibile, sarebbe il mondo di Fahrenheit 451. Tuttavia c’è un lunghissimo vocabolario da attraversare prima di arrivare a quel deserto della memoria e dell’espressione. C’è un ragionevole controllo da esercitare sulle proprie parole, lo stesso che si impara quando ci si sia bruciati una volta. Lo sguardo lungo fino al punto in cui il fatto potrebbe seguire. La noviolenza, se non è uno scioglilingua per la riabilitazione dei reduci e combattenti, è questo: la correzione di un modo d’essere non tanto dal versante della pratica, ma della grammatica, del pensiero e delle sue parole. Nel famoso Sessantotto noi ne avevamo di parole nuove a disposizione, e la nostra colpa – una debolezza del pensiero, un’ignoranza e una soggezione – fu nel cedere alle vecchie, pur sentendo che si veniva ritrascinati lontano dalla terra promessa. Piazza Fontana fa da spartiacque perchè davvero lì questa retrocessione avvenne bruscamente, violentemente e tetramente. Ma i germi di quella sua tendenza la precedettero, e una misura di libertà e di autonomia riuscì anche a succederle.
Questo a me sembra – da tantissimi anni, e molto prima che mi venisse assegnata una parte di proscenio nel copione inesauribile della Strage di Stato – il cuore di una radicale crtiica della violenza.
(A.SOFRI, La notte che Pinelli, Palermo, Sellerio, 2009, p. 211-215)
Commenti
Quel che mi fa pensare che Sofri non abbia riflettuto abbastanza a fondo consiste essenzialmente in questo. Lui riscontra una discrasia tra le parole (estremistiche, rivoluzionarie, antropofaghe) dei dirigenti del Pci e la loro prassi quietistica ("la pratica del quieto convivere"). Ne deriva che lui e i suoi coetanei volevano sanare questa frattura: "la distanza fra le parole e i fatti ...volemmo sanarla rieducando i fatti a corrispondere alle parole, cercando nell’azione la coerenza rinnegata".
Tutto bene fin qui. Il problema comincia, secondo me, laddove poi, quasi senza accorgersene, Sofri spiega che questa "corrispondenza" a cui lui e i suoi amici volevano rieducare fatti e parole, non giungeva affatto fino all'azione; chi lo faceva, poteva essere sì uno onesto che non vedeva la "linea" tra parole e fatti, ma anche solo uno che voleva menare le mani ("E da lì in poi qualcuno non resta più al di qua del riparo, passa la linea che li separa dai loro fatti (...) E chi oltrepassa quella linea, può essere semplicemente uno manesco, uno che ha avuto un’infanzia cupa, uno più frustrato o più fanatico; ma può anche essere uno dei migliori, uno che si costringe a fare quello che tutti proclamano doveroso fare, tenendosene al di qua, per viltà o pusillanimità o qualche altra debolezza.")
Ma se è così, se anche fra i 'moralizzatori' alla Sofri, quelli che volevano riportare coerenza tra parole e fatti, c'era in realtà una linea invisibile che diceva fin qui sì, più in là no, che differenza c'era fra Sofri e "la moneta falsa di chi continuava a scrivere la parola rivoluzione sulla targhetta del suo ufficio ma guardandosi bene dal perseguirla nella vita"?
Secondo me qui Sofri non ha guardato abbastanza a fondo: forse lo avrebbe costretto a dirsi troppe verità sgradevoli sulla sua vita e sulla sua storia, più di quante fosse disposto a dirsi (alcune le ha effettivamente dette però, e di questo bisogna riconoscergli il merito).
Ho il massimo rispetto per Sofri per quanto riguarda la scelta che ha fatto di rivendicare la sua "innocenza" sul caso Calabresi stando in galera.
Da ex militante di Lotta Continua mi fa inxxxxxxe quando scrive che, in realtà,"era un gioco di quelli che prendono la mano".
Il gioco è riflettere e parlare di quegli anni perdendo di vista il contesto, le cose che avvenivano e che erano avvenute, le spinte sociali con cui si faceva i conti tutti i giorni, il clima e la materializzazione di un conflitto "generazionale" sul come porre al centro della politica le mille rivendicazioni che arrivavano dal basso. Quando si materializzò lo scontro a Corso Traiano a Torino , ad esempio, L.C. quasi non esisteva.
Di quel gioco quelli come lui un bel giorno ne presero atto e cercarono di dargli una forma ed una struttura che rivendicava quello che si faceva e teorizzava quello che bisognava fare.Lui contribuì a costruire una struttura "militare" (il famoso servizio d'ordine) ed una formidabile macchina politica e teorica (L.C. aveva mille commissioni che cercavano di entrare in tutti i meandri di ciò che poteva rappresentare il conflitto).Tirarsi fuori dall'azione che altri facevano, rimanendo nel club di quelli che si dedicavano alla forma pura del pensiero, è un atto di disonestà intellettuale. Secondo me, come molti di noi, non ha ancora finito di elaborare fino in fondo quella stagione.Una stagione in cui qualcuno rimandava "la lotta armata al momento in cui le masse fossero state pronte" ed altri non hanno aspettato.
E quindi: Bompressi?
Per guardare più a fondo, Sofri avrebbe dovuto innanzitutto chiedersi se quello che lui percepiva del Pci (lo scollamento tra le parole e i fatti) c'era davvero o stava solo in lui stesso e nei suoi amici che non avevano affatto capito le parole del Pci. Eppure il Pci lo aveva detto in tutte le salse: la rivoluzione non si può fare nel vuoto pneumatico, occorre creare le condizioni, valutare il momento storico, considerare con attenzione i vincoli geografici e strategici. Chi non fa tutte queste valutazioni, chi crede ingenuamente o perversamente in una rivoluzione creata dal nulla, non è affatto un rivoluzionario ma è un avventurista (quello che Sofri chiamarebbe un "volontarista attivistico"), un nemico della rivoluzione e della classe operaia.
Ed il Partito serviva proprio a quello: serviva a fornire non solo uno scopo e un'organizzazione, ma un metodo, una cultura, un sostegno, in altre parole una 'coscienza' (di classe) volta al fine della rivoluzione proletaria.
Non c'era nessuna dissociazione fra parole e fatti, fra mezzi e fini, e lo stesso porsi il problema di Sofri sarebbe stato (giustamente) considerato dal Pci una mera preoccupazione estetica, un ridicolo retaggio piccolo-borghese (e dei peggiori). E' un problema, del resto, che già Marx ed Engels avevano affrontato e risolto con parole chiarissime più di un secolo prima, nel Manifesto (se non sbaglio), quando dicono che il borghese predica la monogamia alla classe operaia, ma pratica l'adulterio, ecc. ecc.
Credo che la questione sia più complessa e non si può ridurre "solo" a non aver capito cosa diceva il PCI.
Molti dei militanti di L.C. arrivavano proprio da quel partito che al suo interno aveva diverse anime. In particolar modo tra i militanti di base.
Alla Fiat i comitati di base che sorsero erano fatti da operai comunisti (PCI).
Sulla questione di ciò che si poteva e non si poteva fare bisogna ricordare che quegli anni furono attraversati, a livello internazionale, da varie questioni e suggestioni.
La lotta di indipendenza in varie parti del globo, una visione rivoluzionaria/guevarista della lotta, esperienze (anni 70) come la rivoluzione dei garofani in Portogallo e la questione cilena con Allende.
Uno degli aspetti che, noi militanti, vivevamo tutti i giorni era come porsi nei confronti dello stato. Il solo fatto di avere una organizzazione, come il servizio d'ordine, che gestiva "militarmente" la piazza decidendo (e lo si faceva prima) quale dovesse essere il livello di confronto o scontro era un elemento che di per sé rompeva molti schemi.
I riferimenti erano alle lotte dei portuali a Genova nel 60, i fatti di p.zza statuto (Torino) nel 1962.
L.C. lavorava per costruire dei rapporti di forza che le permettessero di porre la questione del "potere" avendo di fronte due prospettive:
- una soluzione "morbida" come quella rappresentata da una sorta di presa di coscienza collettiva che permettesse di scalzare la DC (con la piazza come punto di riferimento e quello che successe in Portogallo come esperienza nel 1974)
-una soluzione di "resistenza" in funzione della presa d'atto della inconciliabilità tra domanda della società rappresentata dalla sinistra e risposta da parte dello stato (esperienza Cilena)
In più, a differenza del PCI, LC non era prigioniera del muro di Berlino. Non doveva misurare la sua azione e le sue idee con quello che dicevano a Mosca.
Fu la prima organizzazione che parlò di social imperialismo e che produsse una corposa critica al modello sovietico.
Il PCI ci vedeva come degli avventuristi (è vero) noi vedevamo loro come dei conservatori.
Ad ogni buon conto a Sofri non mancò mai una dose di "realismo" politico. Ricordo che mentre buona parte della sinistra extraparlamentare decideva di creare un cartello elettorale lui indicava nel voto al PCI la cosa utile da fare in quei frangenti.
p.s.
non ho capito la domanda su Bompressi (ammesso che sia rivolta a me)
No, era retoricamente rivolta a Sofri. Se Sofri si sente "corresponsabile" dell'omicidio Calabresi per aver detto e scitto quelle cose, significa che concorda con i giudici che qualcuno di Lotta Continua aveva "tradotto in atto" le parole. E allora, è stato Bompressi? Tu capisci che un'ammissione di questo genere avrebbe certe conseguenze logiche, che metterebbero in discussione la validità della successiva argomentazione che comincia con la domanda "Ma allora, ogni distanza fra parole e fatti è destinata a cadere?".
E' un sentiero un po' stretto, quello imboccato da Sofri.
Secondo me, quando Sofri scrive "poiché gli uomini tengono più alle parole che ai fatti, e a quelle restano più tenacemente fedeli, e dai tradimenti di quelle si sentono più intimamente feriti", sta dicendo qualcosa che è senza dubbio sbagliato posto che si parli della generalità delle persone. Tuttavia, sta dicendo qualcosa che è senz'altro vero per una categoria particolare di persone: gli intellettuali. E' per quella categoria di persone che la responsabilità, la moralità, l'onestà, la decenza, consiste nella cura delle parole, che sono a conti fatti il loro strumento di lavoro.
E' pure giustissimo che le parole "presentano un loro conto", che possono cambiare un clima politico per il meglio o per il peggio.
E infine dice nuovamente una cosa giusta quando scrive: "Nel famoso Sessantotto noi ne avevamo di parole nuove a disposizione, e la nostra colpa – una debolezza del pensiero, un’ignoranza e una soggezione – fu nel cedere alle vecchie, pur sentendo che si veniva ritrascinati lontano dalla terra promessa".
Solo che purtroppo le cose giuste che dice si fermano qui.
Per "rieducare i fatti a corrispondere alle parole", per "cercare nell'azione la coerenza rinnegata", per "colmare quel divario dal lato della pratica, dell’azione", si finisce dunque "in una mezzo comica mezzo patetica gara all’oltranza delle parole"?
E da allora la sinistra è migrata in effetti nei media, nel post-moderno, nella narrazione, adattandosi alla pratica borghesissima dell'arte compilatoria, e della scienza d'accatto, nella riduzione di ogni problema a misura di zenzazione e di lifestye, a coltivare nel chiuso dei circoli scaramucce e polemiche da iniziati, a tenere sarcasticamente le distanze dal volgo deli indotti e specialmente dalle ambizioni dei semidotti.
C'è questo che al tipo non viene proprio in mente: le parole sono fatti. Per questo, e per non altro, gli uomini con quella certa 'coscienza di classe' tengono alle parole. Quando le parole si mettono a dire la separazione di fatti e parole esse ISTITUISCONO un fatto: la separazione di fatti e parole.
D'altra parte, come sai dai testi sul calcolo del piano socialista, dalla storia delle Ujamaa di Nyerere, dall'Algeria post-indipendenza, e da mille altri simili, per LORO la tensione era l'opposta: le parole del socialismo e i fatti della produzione socialista.
Se il socialismo non è ancora sparito dall'horizzonte dell'umanesimo è grazie a questi, unimpressed coi problemucci di Sofri, per non parlare di Battisti - uno che "non ha capito la battuta".
Uh! Battisti!
Di quello parleremo in un post apposito. E pure di Nyerere.
Proviamo a rileggere l'incipit del testo di Sofri. Dice:
"Il vizio d’origine della nostra iniziativa rivoluzionaria – nostra, cioè di quelli della mia generazione che si sentirono rivoluzionari – derivò dal trovarci di fronte un vasto schieramento politico e sindacale che agiva di fatto all’interno dei rapporti sociali e della democrazia politica >, ma continuando a parlare un linguaggio sovversivo. C’era una sproporzione scandalosa fra le parole e i fatti di quella sinistra >."
Perché S. dice che "trovarsi di fronte quel vasto schieramento" fu il vizio d'origine della "nostra iniziativa rivoluzionaria"? Secondo me S. sta dicendo non che quello è stato il "vizio d'origine" nel senso letterale, cioè il primo di una lunga serie di errori, ma che l'origine stessa di quella iniziativa rivoluzionaria è stata un errore.
In che consiste questo errore che ha dato origine all'iniziativa rivoluzionaria di L.C. e di S.? Questo è molto meno chiaro.
S. rimprovera al Pci una "ortodossia" che consisterebbe nella convivenza tra un linguaggio "sovversivo" e la tranquilla accettazione pratica dell'esistente. Si tratta di una lettura non solo ingenerosa, ma positivamente errata, e grossolanamente errata. Ma diamola per buona per il momento.
S. in sostanza sta imputando al Pci di aver creato, in parte della sua 'base', mediante le sue parole 'sovversive', aspettative 'rivoluzionarie' che poi di fatto non è stata in grado di, o non ha comunque voluto, mantenere. Ma dal suo canto, S. e i suoi amici hanno, allo stesso dire di S., fatto esattamente lo stesso. Così arriviamo al paradosso di una movimento 'rivoluzionario' che, per "rieducare i fatti a corrispondere alle parole", per "cercare nell'azione la coerenza rinnegata", per "colmare quel divario dal lato della pratica, dell’azione", si finisce "in una mezzo comica mezzo patetica gara all’oltranza delle parole".
Il punto cruciale di tutto l'affare (e persino, oso credere, dell'intera evoluzione politica della sinistra e anche della destra italiana post-1970) sta proprio qui: come si è arrivati, per protestare contro una (pretesa) differenza fra parole e azioni, a creare un'altra differenza (questa, sì, sicura e evidente) fra parole e azioni, ed a trasformare l'esigenza (nobile, giusta, anche sacrosanta) di cambiare la realtà in uno spettacolo e, in fondo, in un business?
Forse perché la necessità di cambiare la realtà, per quanto nobile, non è così intensa.
Forse perché, se questo non è il migliore dei mondi possibili, non è nemmeno il peggiore.
Forse perché è davvero difficile (per chiunque) dire "Abbiamo fatto tanto casino per niente".
E' un po' la sensazione che ha il cliente quando finisce una causa dal Giudice di Pace. E anche l'avvocato. Qualcosa da discutere sì c'era, ma aveva senso mettere su tutto l'ambaradan?
Boh
Sì, ho capito, non per tutti esiste l'esigenza di cambiare la realtà: questo è un dato di fatto indiscutibile, però non c'entra con quel che dice Sofri. E' chiaro che per qualcuno il risultato sperato potrebbe non giustificare l'ambaradan, ma qui stiamo parlando degli altri. Il problema sollevato nel testo è: perché quest'esigenza di cambiamento delle cose si è trasformata, per chi quest'esigenza la avvertiva, "in una mezzo comica mezzo patetica gara all’oltranza delle parole"?
Perché si comincia col dire che il Pci traeva in inganno i militanti col suo linguaggio fintamente sovversivo e si finisce, dinanzi ai morti, col dire "ohibò! sono stato frainteso"?
Sofri parla per se. Non credo possa incarnare, da solo, quello che è stata la storia della sinistra.
Lui dà un significato a quelle cose, a quelle parole e a quei fatti come se fosse dentro un altro corpo e con un cervello che ha subito trasformazioni, non accetta (forse)che quel Sofri "teorizzava la presa del potere con il fucile" .
Sulla questione del PCI non credo che abbia tutti i torti, solo che ferma la sua ricostruzione ad un PCI che poteva essere percepito in quel modo fino ai primi anni 60 dal 68 in poi non più.
Negli anni 70 la stessa LC parlava del PCI come di un partito revisionista e non rivoluzionario. Quello che LC faceva era, in ogni caso, cercare di mantenere un rapporto con la base di quel partito.
Se scrive e parla in quel modo è proprio perché ha smesso i panni del rivoluzionario.
Valeva la pena tutto l'ambaradan? Io credo proprio di si. Ma il mio è un giudizio parziale ed interessato. Certo, parlarne adesso è come giocare la schedina al lunedì ed azzeccare tutti i risultati.
Secondo me, mario e etienne, il punto non è revisionismo/rivoluzione, e non è neppure se l'ambaradan valesse la pena o no. Il punto sta da qualche parte tra quello che dice Sofri a proposito della responsabilità dell'intellettuale ("le parole sono esigenti": non è ancora il riconoscimento che le parole sono fatti, ma quasi) e quel che dice a proposito del '68 ("Nel famoso Sessantotto noi ne avevamo di parole nuove a disposizione, e la nostra colpa – una debolezza del pensiero, un’ignoranza e una soggezione – fu nel cedere alle vecchie, pur sentendo che si veniva ritrascinati lontano dalla terra promessa").
Le parole non debbono essere usate con leggerezza, cioè senza responsabilità; eppure il '68 ha dimostrato che si potevano creare nuove parole, e che anche la politica poteva essere resa originale e creativa attraverso la fantasia e l'impegno personale. La prima esigenza (le parole vanno usate con serietà) è stata incarnata, in maniera fin troppo plumbea, dal Pci ante-1970, la seconda, dai sessantottini. Per me è la sintesi di queste due esigenze che è mancata, ed il risultato è stato l'eliminazione di entrambe queste due istanze dala scena politica italiana (o meglio: la scomparsa della serietà e la degradazione della fantasia e della creatività a mero avanspettacolo).
Che questa sia la tua opinione mi è chiaro. Però le parole vengono usate in funzione, anche, dei momenti che viviamo, di ciò che rappresentiamo e dello "spirito" che pervade un'epoca.
Cosa ha scritto Marx (voliamo alto!), o meglio che parole ha usato in alcuni frangenti? Che tipo di processo ha subito (ad esempio)? Erano parole responsabili le sue alle orecchie di chi ascoltava?
Sulla questione della responsabilità, credo che la si aiuta se si è in due ad esercitarla e l'epoca che Sofri ha attraversato
era un'epoca molto turbolenta.
Però, se non altro, noi siamo una generazione che (bene o male) si muoveva all'interno di un conflitto sociale evidente.
Ma oggi che scusa hanno quelli usano le parole per accendere fuochi su altri fronti (questione razziale, ad esempio) ?
O.T.
mi interesserebbe, se hai voglia e tempo (dopo aver letto quello che avete scritto sul D.L. sul testamento biologico), una disanima di quello sullo sciopero virtuale.
Ahm... passami il paragone balordo... quel che volevo dire e qualcosa del tipo come può esistere una falsa coscienza del star bene, non può esistere una falsa coscienza del star male?
Non è un problema di alcuni che avvertono vs, altri che non avvertono.
Se credo di avere un problema enorme e NON ce l'ho, le parole saranno sempre più incoerenti con la realtà e sarò spinto a forzare sempre di più le parole per rieducare i fatti. Potrebbe essere una spiegazione della gara all'oltranza delle parole. Se tuo figlio continua a non fare i compiti, primo lo ammonisci, poi ti alteri e infine lo prendi a scapaccioni. E il tuo comportamento non cambia se ti sei convinto irreversibilmente che non è possibile che il 15 agosto il ragazzo non abbia compiti da fare.
Esagero, ma tanto per capirsi: dirai che l'agosto è una convenzione, che il compito è un dovere di ogni ragazzo etc etc.
Magari, alla fine, proponi una riforma scolastica.
Perché il 15 agosto i ragazi debbono fare compiti.
@Mario. Sciopero virtuale. Sai, con i governi di destra si corre sempre il rischio di sopravvalutare la portata delle loro "riforme". Personalmente, debbo confessare di aver detto e scritto un cumulo di fesserie contro la legge c.d. "Biagi". E spero di non cadere di nuovo nella polemica emotiva.
Però... però quel che ho sentito alla radio è roba da far accendere i reattori e mettersi davvero ad urlare "Cazzo, siamo al fascismo".
Certo che mi piacerebbe analizzare la faccenda.
Non so però se riuscirò ad essere vagamemente obbiettivo. Ci proverò.
Ma cosa diavolo può mai voler dire per uno di sinistra: "parlo per me"?
Se sei nelle cose, nei conflitti, NON sei libero di parlare per TE, a meno che quella libertà non sia la libertà che vige in quell'altra coscienza, e in quell'altra classe: la borghese. E in nessun luogo meglio che in galera questa coscienza borghese, 'liberata' dalle prosaiche necessità della vita, può esprimersi 'liberamente': qualunque sospiro è pubblicato, ci sono una biografia e una eulogia già pronte, file di notabili in visita...
Se la coscienza di classe si esprime, essa non 'parla' perchè è libera: parla per liberarsi, parla per far esistere la libertà. Anzi non 'la' Libertà, ma una determinata libertà in carne e ossa che vuole far esistere.
Fa un lavoro, non parla 'per se', non è il &%%##! SE del &&!!$## che parla.
"Ma oggi che scusa hanno quelli usano le parole per accendere fuochi su altri fronti (questione razziale, ad esempio)".
Non ne hanno evidentemente nessuna, di scusa. Ma perché questo sia evidente, perché l'abuso e la mistificazione parolesca siano evidenti, perché siano agibili, perché si possa lottare contro le mistificazioni e gli abusi e non contro le 'parole', bisognerebbe precisamente che le 'parole' non fossero state ridotte in stracci di scena, mistificabili a piacere, che non ci fosse solo una distinzione fra mistificazioni coquettes e mistificazioni becere, ben riuscite e grossolane, ironiche e ferrigne, quelle di Dario Fo e quelle di un destro; bisognerebbe che la mistificazione si potesse riconoscere in quanto tale, in quanto fatto; bisognerebbe che le parole non fossero state consegnate all'arte borghese dell'oltranza delle parole.
E' appunto una historia (nel senso greco di indagine) che bisogna scrivere di quegli anni, che sono la matrice del berlusconismo. Non un 'giallo', non delle 'rimembranze', non degli 'autoritratti', non delle apologie, non del quadretti... Facendo questa storia si rifanno le parole, come per fare un edificio si fanno i mattoni e si tagliano le pietre, si rifa la punta e il taglio alle parole, e allora le parole tagliano e pungono.
Mario,
ma non ti sembra, in base a quel che leggi, che all'epoca c'era chi agiva sulla base di un preciso rapporto tra parole e fatti e chi no? Chi in quella particolare coerenza tra parole e cose investiva il suo impegno, la sua responsabilità, e chi invece ci vedeva solo il gioco dell'oltranza delle parole (ed era quindi pronto a scaricare i 'tipi maneschi' o gli ingenui creduloni che non ci avevano visto solo un gioco)? Non è la solita squallida scappatoia di dire 'non sono stato capito, io non volevo, quelli non hanno capito la differenza tra piano ontico e piano deontico ecc. ecc.'?
(Tra l'altro, le parole stanno fregando pure me. Non è una questione di buona fede - crederci o non crederci - perché quella della buona fede è una questione pretesca o al massimo borghese. Quel che conta è una questione di fatti)
OT: sì, prima o poi parleremo anche di quello.
Mah... Una storiella grosso modo vera.
I babbuini vivono in tribù. Quando si avvicina un leopardo si avvicina al branco, i maschi sotto la guida del maschio leader si schierano a difesa delle femmine e dei cuccioli in modo molto effeciente (un leopardo non può pensare di superare una barriera di babbuini incazzati).
Scappato il leopardo, per un po' di tempo il prestigio del maschio alfa è elevatissimo. Però dopo un po' i maschi teornano a farsi gli affari loro e Alfa non lo calcola più nessuno.
E' stato osservato che in certi casi Alfa si allontana dal branco e ritorna lanciando tuttii segnali tipici per avvisare di una presenza di leopardo. I maschi si schierano, il leopardo non si vede (eh beh, di fronte alla nostra babbuinesca falange se l'è fatta sotto, il gattone...) e per un po' di tempo Alfa gode di tutto il prestigio che spetta ad un maschio Alfa.
Considerazione, vecchia come il mondo: il pericolo "esterno" aumenta la coesione del gruppo e rafforza il ruolo dei leader.
Tutti i gruppi sociali presentano dinamiche di questo tipo. "Dobbiamo impegnarci perché la bocciofilia sia apprezzata in ambito più vasto" tenta di risolvere problema analoghi a quelli del maschio Alfa, del mobilitarsi contro il nemico o "agire per salvare il pianeta dalla catastrofe ecologica/morale/umanitaria etc etc" (la scelta la lascio a te ;-) ).
Dirai: ma non solo, non si riduce tutto a questo. Verissimo. Mi interessa, però, il fatto che il pericolo esterno o genericamente una missione rende i gruppi più coesi.
Ok. Lo scollamento tra parole e fatti creeo inizi qui. Quando le parole sono funzionali alla coesione del gruppo. E tanto più l'esigenza di fronteggiare un nemico esterno sarà realmente esigua, tanto più le parole dovrennao riempire quel vuoto, perché altrimeti il gruppo si potrebbe rompere.
E alla fine ti trovi con un gruppo anche ben unito (perché i nemici immaginari e quelli reali funzionano nello stesso modo) ma che non sa cosa fare.
A questo punto qualcuno potrebbe penare
o che mantenere il gruppo sia un bene in sé (e allora tutto si giustifica per questo fine, ogni cazzata purché idonea a mantenere il gruppo va bene)
o potrebbe pensare di utilizzare il gruppo per scopi diversi da quelli originali: e qui la strada è aperta (anche se non necessariamente percorsa) dai ducetti di turno.
Baci appassionati a chi risolve questo quiz:
Chi ha scritto "Moi, j'écris pour agir"?
a)Alessandro Baricco
b)François-Marie Arouet
c)Un baboon (che ha studiato A. Baricco)
Che ne dite di questa frase interessante tratta dal testo di Sofri qua sopra?
"Quando arrivò per una buona parte della nostra generazione il turno di entrare in scena"...
Bisognerà scrivere una historia - que je vous dis - non un'allegoria, se mi posso permettere. Scriverla come se dovesse leggerla un poveraccio che passa la vita nel fondo di una miniera. Scrivere qualsiasi cosa come se dovesse leggerla una ragazza in Cameroon.
Salut
"Per caso" :)) in questi giorni sto leggendo un libro di George Steiner (link),
e guarda un po', parla proprio del fenomeno per cui la millenaria attitudine nei confronti della parola (che comportava un atteggiamento di responsabilità fondamentale richiesto in chi la pronuncia e chi la riceve e basato sul presupposto che le parole corrispondano alla realtà esterna: la "real presence" del titolo) è giunta al termine nel mondo contemporaneo, in cui dominano "teorie", come per es. il decostruzionismo (o il postmodernismo) che, al contrario, sostengono che non esista alcuna corrispondenza, che il 'senso' delle parole non 'esiste', è del tutto 'arbitrario', ed è dato esclusivamente dall'interprete.
Non è affascinante? Non ci dice *qualcosa* di significativo proprio su quel che è successo al discorso politico, e specialmente di sinistra, i Italia in questi anni? Non ci dice qualcosa di importante anche sulle parole di Sofri sopra?
"Parla per se" significa proprio "parla per se".
Quando una persona analizza il suo trascorso, il modo in cui (a distanza di anni) reinterpreta le sue parole, lui parla per se. Non può pensare (seriamente) che il bilancio che fa di quell'epoca possa rappresentarne lo "spirito" e la sostanza.
Semplicemente perché non è la stessa persona. Perché, credo, che l'esperienza che ha accumulato, il suo vissuto ed il modo in cui la sua testa ha subito un processo di trasformazione determinino una percezione di quei fatti, delle parole e delle azioni che non è la stessa.
Quindi, all'epoca Sofri e quelli come me avevano ben chiaro il significato esatto delle parole. Queste non venivano esplicitate in luoghi asettici. Erano il prodotto non di un discorso al chiuso tra quattro mura ma raccoglievano e sintetizzavano percorsi, lotte e storia di questo paese.Cosa a cui lui fa peraltro riferimento
link
Credo che se lui ha l'esigenza di ripulirsi la coscienza da qualche peso che l'opprime ne ha tutto il diritto,potrebbe farlo molto bene sul lettino di uno psicanalista. Per quanto mi riguarda è uno dei tanti che parla per se di un'epoca e di esperienze che non si possono sezionare prendendo in esame solo ciò che più si avvicina alle nostre ipotesi, prescindendo dal contesto e dalla storia.
Quello che dice Luca è vero. Ma quel bilancio lo puoi fare adesso. Sicuramente avessimo avuto la forza e la costanza di dare un indirizzo "costruttivo" ed una coscienza esatta di ciò che significa costruire, quell'esperienza non sarebbe finita con una "guerra civile", migliaia di persone in galera, la fragilità di tanta gente che ha collaborato con la giustizia vendendo amici, parenti e fidanzate.
La persona che ha venduto Sofri (Marino) in un intervista dichiarò che il vederlo alle prese con la giustizia lo rendeva felice perché si sentì tradito il giorno in cui lui (Sofri) decise di "abbandonare la nave". In qualche modo doveva scontare il peso di aver contribuito ad elaborare un percorso politico da cui scappava nel momento in cui, invece di cercare di gestirlo, il gioco diventava duro.
Ora, possiamo tutti convenire che le parole devono essere utilizzate con responsabilità etc. etc.
D'altro canto, in quegli anni, esperienze "responsabili e democratiche" come quella cilena che esito hanno avuto? Serviva a qualcosa usare parole responsabili per sollecitare la coscienza dell'amministrazione americana?
A Luca: per quanto io riesca a capire della storia italiana di quel periodo, mi sembra di poter essere molto d'accordo con la tua idea secondo cui dopo il '68 sia mancata una sintesi tra l'esigenza espressa dal PCI di usare le parole con serietà e quella espressa dai sessantottini di reinventare la politica attraverso la fantasia e l'impegno personale.
Se non fosse che mi rimangono dei dubbi per quanto riguarda l'effettiva aderenza alla realtà delle parole usate dal PCI, che tu affermi risolutamente.
In proposito ti porto due argomentazioni: la prima è di Costanzo Preve (un autore che in gran parte sono io il primo a inserire nel "reparto teratologia e malattie infettive" per la pericolosità delle sue posizioni politiche attuali che non considero propriamente fasciste ma sicuramente deliranti, anche se trovo diverse sue analisi della storia della sinistra italiana per lo meno acute e stimolanti) che in questo libro del 1981 (la parte a cui mi riferisco è alle pagg. 28, 29 e 30) parla per il PCI di "produzione di parole a mezzo di parole" a causa dell'interpretazione storicistica che il PCI a suo parere dava del materialismo storico.
La seconda, di parte molto diversa, è di Silvio Pons, che, pur riferendosi a una fase successiva della storia del partito, su "Berlinguer e la fine del comunismo", di cui qui trovi una sintesi, mette in evidenza gli aspetti da lui giudicati in gran parte illusori dell'ambizione berlingueriana - in gran parte influenzata dalla componente cattocomunista del partito - di promuovere per mezzo del comunismo occidentale un nuovo socialismo europeo che "avrebbe comunque presentato una sua dignità in chiave anticapitalistica e anticonsumistica", imboccando infine il vicolo cieco di una "strategia identitaria" che "erose definitivamente il terreno del realismo politico" alla fine degli anni '70, dopo la conclusione della fase della solidarietà nazionale.
Entrambe queste molto diverse argomentazioni mi sembrano in qualche modo portare elementi a favore della visione di Sofri di "un vasto schieramento politico e sindacale che agiva di fatto all’interno dei rapporti sociali e della democrazia politica 'borghesi', ma continuando a parlare un linguaggio sovversivo". Cosa ne pensi?
Penso che, in primo luogo, che mi fai un onore immeritato quando dici che quella sarebbe una mia idea :))
Inoltre, non vorrei dare l'impressione di star facendo il panegirico postumo del PCI, neppure ante-1970. Solo, a me pare che per Sofri e forse gli altri che citi, "parolaismo" e "agire di fatto all'interno dei rapporti borghesi" significasse banalmente la rinuncia ad esercitare la lotta armata- una scelta quest'ultima che è compatibilissima con la volontà rivoluzionaria di cambiare economia e società, e quindi la teoria di Sofri e C. in ultima analisi coincide con la riduzione del marxismo ad una forma particolare di settarismo (diciamo, pseudo-leninista).
Ma soprattutto: queste che esponiamo qui sono solo idee in fieri. A noi interessa sapere cosa pensate voialtri.
In effetti se la questione era soltanto la rinuncia o meno alla lotta armata sono d'accordo anche in questo caso.
Però mi chiedo se alla genesi non solo di quel settarismo diciamo pseudo-leninista, ma anche di quella "mezzo comica mezzo patetica gara all'oltranza delle parole" non abbia anche contribuito involontariamente l'esitazione e le ambiguità del PCI nel nel criticare gli ideali e l'ideologia terzinternazionalisti al momento in cui andava fatto (cioè quando quella ideologia era ormai inservibile e non poteva avere appunto altra funzione che non quella mitico-retorico-propagandistica), probabilmente per non correre il rischio di "turbare" eccessivamente la base del partito che si quegli ideali si era costituita.
Da questo punto di vista anche quello che scrive Mario sulle molte anime del PCI mi sembra significativo.
Come vedi anche i miei pensieri in materia sono decisamente in fieri :-)
Ecco, questo è un ottimo programma: fare la storia di quel particolare conflitto che oppose i partiti communisti e la nuova generazione che 'entrava in scena'.
E' un lavoro di grandi proporzioni, impegnativo, che andrebbe affrontato sistematicamente, seriamente, negli archivi, sui materiali. E che non possono fare i 'professionisti' visto che uno dei principali esiti - se non era il fine - di quel conflitto è stato la conquista e la devastazione della cultura da parte di una borghesia di prime donne coi vapori che ne hanno fatto, appunto, una professione, e di cui il patetico duetto Scalfari-Baricco sul suo finanziamento non è che l'ultimo orrore.
Se decidete di mettervi a questo lavoro suggerisco però che non sorvoliate su alcune questioni:
- prima di tutto non restate al partito communista italiano soltanto. L'intera questione della produzione del 'sapere' è fondamentale in tutto il mondo, in quegli anni, ed è essenziale in quella opposizione.
- una parte fondamentale di quella questione è quella legata, nei paesi socialisti europei e africani(*), alla formulazione e al calcolo del 'piano socialista'. Questo è importante per evitare di immaginare che tutto quanto si riducesse davvero al problema della repressione degli istinti poetici da parte della 'macchina produttiva'. Nei paesi socialisti, particolarmente in Africa, la natura oppressiva del potere si manifestava proprio nei problemi del calcolo del piano. Tenetene conto.
- E anzi suggerisco di provare a studiare i nessi che avete evocato fra quanto si passò in Italia e nel resto del mondo ponendovi proprio nel resto del mondo. Se non sapete dove andare in ferie, per esempio, passate un periodo in Africa e cercate negli archivi di capire che cosa pensassero gli africani di voi e dei vostri movimenti e della vostra 'lotta armata' fatta a volte 'nel loro nome'.
- E infine, cercate di fare questo lavoro con gli IMMIGRATI CHE SONO LI DA VOI.
(*)non che l'America Latina non sia rilevante, anzi. Solo che mi interessa segnalarvi il problema del calcolo del piano socialista, che non ha avuto granché apporti in A. L. Anzi è questo forse uno dei motivi per cui l'A.L. è 'popolare' presso la ziniztra, mentre l'Africa è il posto 'dove muoiono tanti bambini', e l'Asia non include l'India.