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Ricevo e volentieri pubblico

1. i movimenti e le teorie radicali degli anni '60 '70 hanno elaborato una visione critica complessiva della società capitalistica e dei suoi sviluppi, nella quale il progresso è considerato come dominio totalitario della ragione calcolante, il lavoro come dominio della produzione sulla vita dei soggetti e la mercificazione come riduzione del valore d'uso al valore di scambio.

Questa visione è del tutto interna a una tradizione di pensiero critico di sinistra in quanto: (a) si richiama essenzialmente ai concetti marxiani di alienazione e sfruttamento; (b) si rifà a testi di autori che o fanno parte della tradizione marxista non ortodossa (il Lukacs di Storia e Coscienza di Classe, Adorno e Horkeimer di Dialettica dell'Illuminismo, gli altri francofortesi Marcuse, Benjamin, Fromm), o  di un ambito sostanzialmente anarco-libertario di sinistra (Deleuze e Guattari) o sviluppa letture autonome di testi marxiani (i manoscritti giovanili e il concetto di feticcio della merce per le teorie sull'alienazione, i Grundrisse per la riflessione sul rapporto tra sviluppi delle forze produttive e caratteristiche del lavoro e il capitolo sesto inedito del Capitale per i concetti di dominio formale e dominio reale del capitale) e (c) si concretizza in ipotesi di azione politica e prefigurazioni di società del tutto in linea con il marxismo "ortodosso" (dittatura del proletariato e instaurazione della società senza classi), o con quello "non ortodosso" (comunismo dei consigli), o infine con l'anarchismo collettivista e antiautoritario.
2. La differenza con le analoghe elaborazioni antiprogressiste o anticapitaliste di destra e reazionarie, fondate su un rifiuto del mondo moderno in quanto livellatore di gerarchie, distruttore di antiche tradizioni e turbativo dell'ordine immutabile della  comunità organica, e protese ad un tentativo di controrivoluzione che recuperi le moderne capacità di organizzazione e pianificazione per finalizzarle ad un impossibile restaurazione dell'ordine mitico, è lampante. Certo, i sinistri radicali parlano e straparlano di globalizzazione, pensiero unico e cose simili, e anche una certa destra lo fa. Ma sia i rispettivi presupposti teorici che le rispettive visioni alternative di società che contraddistinguono le due impostazioni sono diverse se non opposte. E allora cosa si intende per fascismo quando si usa questa parola par etichettare la sinistra radicale? Si consideri la definizione concisa che del fascismo dà lo storico Emilio Gentile: "Il fascismo è un fenomeno politico moderno, nazionalista e rivoluzionario, antiliberale e antimarxista, organizzato in un partito milizia, con una concezione totalitaria della politica e dello stato, con una ideologia attivistica e antiteorica, a fondamento mitico, virilistica e antiedonistica, sacralizzata come religione laica, che afferma il primato assoluto della nazione, intesa come comunità organica etnicamente omogenea, gerarchicamente organizzata in uno stato corporativo, con una vocazione bellicosa alla politica di grandezza, di potenza e di conquista, mirante alla creazione di un nuovo ordine e di una nuova civiltà". Va da sé che nessuna elaborazione politica della sinistra radicale degli anni '60 o '70 possa rientrare neanche lontanamente in una definizione simile. E allora, quale definizione di fascismo giustifica l'inclusione in essa della sinistra radicale?

 

3. Il fatto che dalle tematiche della sinistra radicale possano scaturire degenerazioni successive di carattere reazionario non vuol dire che questo sia un percorso obbligato. L'ecologismo radicale, la decrescita, l'anarcoprimitivismo e altre cose di questo genere non sono automaticamente deducibili dalle elaborazioni della sinistra radicale della quale rappresentano invece esiti regressivi, anche con l'innesto di elementi antimoderni di provenienza controculturale (rifiuto della vita urbana e della tecnologia, comunitarismo agrario degli hippies, etc.), ma per arrivare a questo esito ci sono dei passaggi da fare. Sia Toni Negri (la cui elaborazione teorica è a mio parere in gran parte delirante, ma non è questo il punto) che Debord, ad esempio, accettano del tutto lo sviluppo tecnologico, ma si chiedono se la potenza della tecnologia non possa essere utilizzata in modi che determinino esiti differenti  per la vita reale dei soggetti rispetto a quello che prevede il sistema capitalistico-mercantile. Anche la critica del progresso operata dai francofortesi non sfocia di fatto nel primitivismo o nel rifiuto tout court della ragione e del progresso tecnico. Invece gli alfieri della decrescita mettono direttamente in causa la stessa bontà del modello di sviluppo occidentale, per arrivare poi alla follia degli anarcoprimitivisti per i quali si dovrebbe regredire allo stadio dei cacciatori-raccoglitori. Similmente, nelle teorie degli operaisti, per esempio, non c'è nemmeno l'ombra della condanna in cilicio dei consumi e del lusso che invece contraddistingue decrescenti e compagnia bella. Per avere una prova della differenza, basti pensare al fatto che se ad esempio il pensiero di uno come Latouche può essere fatto proprio senza colpo ferire da elaborazioni teoriche con presupposti di destra anche estrema (Alain De Benoist, Massimo Fini), lo stesso non si può certo dire di quello di Adorno, di Debord o anche di Negri. Il fatto che si sia creata, esista e sia ben presente una zona grigia in cui radicalismi di destra e di sinistra si confondono , è sempre dovuto ad uno stemperarsi e indebolirsi dei rispettivi presupposti di destra e di sinistra.

 

4. Le elaborazioni che i movimenti e le teorie radicali hanno espresso sono legittime - nella loro problematicità - perchè danno voce a percezioni e aspirazioni socialmente diffuse anche a livello di massa, di estraneità e ostilità verso l'assetto capitalistico del lavoro, verso il processo di mercificazione di ogni aspetto dell'esistenza e verso le condizioni generali di vita nelle società capitaliste e a una volontà diffusa di opporsi all'etica del lavoro e dei sacrifici di cui era portatrice la sinistra "istituzionale degli anni '60 e '70, contrapponendo ad essa  una richiesta radicale di libertà e godimento immediato. Queste esigenze e aspirazioni sono legittime anche se (come credo), (a) le elaborazioni teoriche su cui si sono appoggiate sono sbagliate, piene di forzature, fraintendimenti e assurdità, (b) la cultura che hanno prodotto era ed è di tipo sloganistico e identitario, e (c) la forma in cui si sono espresse era impraticabile in quanto estremistica e antisistemica.

 

5. La sinistra democratica e istituzionale avrebbe dovuto comprendere, elaborare e mediare le istanze conflittuali ed emancipative espresse dai movimenti degli anni '70 e ritradurle in una forma democratica, liberale e riformista, anziché estremistica e antisistemica, realizzando così una progettualità politica che fosse sintesi dialettica tra le istanze dei suoi "rappresentati" storici (la classe operaia sindacalizzata e i ceti medi) e quelle dei "contestatori" (non garantiti, precariato nascente, intellettuali dissenzienti, etc.). Il programma minimo dell'autonomia: "lavorare meno, lavorare tutti" avrebbe potuto essere ritradotto e integrato in una progettualità riformistica volta a mediare tra esigenze della produzione ed esigenze emancipative  diffuse. Invece questo non è stato fatto e anzi la sinistra istituzionale - Pci in prima linea - ha criminalizzato il movimento etichettandolo come fascista (!) ed approntando per esso leggi di emergenza e carceri speciali.

 

6. Il risultato di questa chiusura netta, di cui la sinistra istituzionale è colpevole, è che i germi non neutralizzati delle elaborazioni antisistemiche e radicali vagano a tutt'oggi liberamente in forma non elaborata, prive di qualsiasi possibile sbocco politico concreto e coerente, e pervadono gran parte del mondo della cultura e della comunicazione in forme del tutto sterili e regressive, generando resistenze verso ogni possibile prospettiva di elaborazione politica costruttiva.

 

7. le tematiche dell'attuale sinistra radicale di liberazione, manifesto etc. (antiglobalizzazione, lotta al pensiero unico e al neoliberismo, e cose simili), benchè in  origine radicate nella riflessione teorica di sinistra di cui si è detto all'inizio, sono ormai svuotate di qualsiasi consistenza teorica e ridotte a simulacri sloganistici, come risultato della degenerazione estrema di una tendenza identitaria e sloganistica presente nella sinistra post-sessantottesca fin dall'inizio e ora arrivata a pervaderla nel suo insieme in ogni suo aspetto ed espressione. L'attuale "sinistra" radicale a rigore non è di destra ne' di sinistra, essendo semplicemente espressione di un assoluto vuoto teorico, e tuttavia non è possibile caratterizzarla come "fascista" sulla base delle sue tematiche e del fatto che esse sono in qualche modo condivise anche da elaborazioni di destra, appunto perchè come si è detto fin dall'inizio c'è alla base una differenza totale nei rispettivi presupposti e nelle rispettive aspirazioni.

(Luca V.)

Comincio ammettendo di avere usato “fascismo” in senso del tutto peculiare – non pretendo né ho mai preteso affermare che la “sinistra” italiana è fascista nel senso in cui lo erano Mussolini o Goering. E’ vero che la “sinistra” italiana è sia antiliberale sia antimarxista, così come lo era il fascismo, ma questo vale anche per la dottrina sociale della Chiesa, che non è fascismo. Uso il termine fascismo per designare un atteggiamento della cultura, che, come tale, è certamente presente tra gli ingredienti del fascismo, ma non è il solo. Va detto peraltro che, anche se non è sufficiente, quell’atteggiamento è comunque necessario perchè ci sia il fascismo. Di questo, in ogni caso, bisognerà riparlare.

Ammetto in secondo luogo che esistono numerose sinistre nel vero senso della parola. Sarebbe del resto stupido negarlo. Ce ne sono molte persino ora, in giro per l’Europa e nel mondo; e ce ne erano anche in Italia, fino a qualche decennio fa. Non mi sono quindi mai sognato di affermare che la sinistra sia solo una. Per essere più chiari, sono dispostissimo ad ammettere che anche una sinistra “massimalista” o estremista o radicale o comunista o come la volete chiamare, possa esistere accanto ad una sinistra riformista o moderata o come la volete chiamare, e che sia a pieno titolo sinistra. Mi limito a dire che in Italia non ce n’è nessuna: manca assolutamente la sinistra estrema (al suo posto c’è solo una “sinistra” vociferante) e ahimé mi sembra oramai che manchi anche la sinistra riformista (che temo abbia battuto i suoi ultimi colpi nel 1998).

Entrando adesso nel merito del post.

L’argomentazione  in 1) è insufficiente a provare la conclusione (che peraltro tu stesso neghi in seguito, specie al punto 7). Intanto, alienazione e sfruttamento cambiano totalmente di significato nell’accezione marxista e in quella dei francofortesi: nell’un caso si tratta di fenomeni storici, che si realizzano in un momento dato e in base a dati presupposti, tutti storicamente determinati,  e che potrebbero venire meno se si cambiano questi presupposti; nell’altro caso si tratta di fenomeni astorici e atemporali (la ragione illuminista che si converte nel suo contrario, il mito; la mercificazione; la ragione calcolante come strumento astratto di dominio) che non si sa nè quando nè come si sarebbero prodotti (in Adorno e Horkheimer, per es. – ma in Marcuse e negli altri la cosa è ancora più grave -  l’”illuminismo”, e con esso i prodromi del capitalismo,  si sarebbe manifestato o già in Omero, o nelle città medioevali, o perlomeno già in Bacone, tant’è che le tappe dell’illuminismo si ritrovano e possono essere illustrate nell’Odissea). Insomma, dalla risoluzione della filosofia nella storia e nell’economia siamo ritornati – come prima di Marx -  alla dissoluzione della storia e dell’economia nella filosofia: il capitalismo e l’odierna civiltà industriale o postindustriale di massa si ritrova già nelle opere dei filosofi, e ancora una volta (come già nei “critici critici” dell’Ideologia tedesca, Feuerbach, Stirner e Bauer) basta confutare i filosofi per rovesciare con ciò stesso l’ordine presente della società. Con l’aggravante che, visto che questo assetto è il portato inevitabile di categorie atemporali (come il Potere, il Dominio, la Ragione Calcolante), che non si sa né donde vengono né dove vanno,  non si sa bene neppure come si possa fare a mutarlo. Si può agire politicamente per rovesciare l’alienazione e lo sfruttamento nel senso di Marx; non si sa affatto come fare per eliminare l’Oppressione o il Dominio nel senso dei francofortesi (o il Sistema di Marcuse e dei “radicali” degli anni sessanta-settanta). Senza contare che concetti come quelli di Dominio o di Sistema a me ricordano irresistibilmente categorie come quelle di Dominanti/Dominati o di Elite/Massa in Mosca e Pareto e, a ben vedere, sono sostanzialmente la stessa cosa.

Nego che l’idea di progresso possa essere espunta dall’idea di sinistra. Sappiamo tutti che il progresso non è una necessità e che ciò che viene dopo non è necessariamente meglio di quel che viene prima; ma è proprio per questo che l’idea di progresso non può e non deve essere abbandonata. Il progresso non verrà da sé, verrà solo se lo vogliamo: è per questo che la sinistra non può fare a meno dell’idea di progresso.

In sostanza, al tuo argomento (=sono di sinistra perché ci si rifà a concetti e autori “di sinistra”) devo obiettare che (i) molti di questi concetti sono fraintesi, (ii) molti di questi autori non sono affatto di sinistra, e (iii) anche se lo fossero, l’origine di un pensiero non garantisce dei suoi esiti ultimi. Il punto (iii) ovviamente vale anche per me, quando mi affanno a mostrare che l’origine di un pensiero è nella tradizione controrivoluzionaria: me lo ricorderò in futuro. :))

Ma il punto cruciale è soprattutto un altro. Qui stiamo parlando di filosofi molto rispettabili (Adorno, Horkheimer, Lukàcs) o anche assai poco  (Marcuse, Fromm, Guattari, Negri,  l’orrendo Debord): ma che cos’hanno a  che fare questi con il diluvio di intellettualini, maestri di scuola, giornalisti, organizzatori di happening, gourmets e cineasti che costituiscono la “sinistra” italiana attuale? Ha davvero senso secondo te dire che i decrescenti e gli antiglobal, i “radicali” e i radicalchic sono “sinistra” perché ogni tanto buttano là una citazione dalla Dialettica dell’illuminismo o dall’AntiEdipo? Siamo seri.

La vera differenza tra sinistra e pseudo-sinistra non sta negli antenati, sta nel porsi la questione del come (o del dove e del quando). Non contano solo i fini: contano i mezzi. I vari Latouche e Petrini (aggiungi chi ti pare: Cassano, Sofri, Flores d’Arcais, ecc.) sono utilizzabili tranquillamente (e vengono infatti traquillamente utilizzati) dalla destra perché non sono sinistra; e non lo sono non per la loro genealogia o il loro pedigree, ma perché prendono le categorie storiche come date senza interrogarle, perché ignorano i nessi causali sia nel passato sia nel futuro (cioè sia i percorsi che dalle scelte passate hanno condotto all’oggi, sia quelli che portano dalle eventuali scelte presenti alle conseguenze future), insomma perchè se ne fregano di come il mondo è, e perché se ne fregano dei mezzi coi quali l’assetto presente del mondo può essere cambiato. E’ la stessa identica cosa che è successa, del resto,  con le culture “radicali” degli anni sessanta/settanta (la controcultura ecc.). Com’è che la cultura hippy, i capelli lunghi, la marijuana, il rock, l’heavy metal, il punk, e adesso lo slow food e il cibo bio, il consumo critico, i GAS ecc. sono passati da fenomeno marginale e “alternativo” a fenomeno di massa senza produrre alcuna vera trasformazione politica, sociale o economica? Com’è che da fenomeni che dovevano mutare radicalmente le coscienze e scuotere il Sistema si sono trasformati in strumenti pubblicitari o in dipartimenti delle grandi catene di supermercati? perché il Sistema ha una diabolica capacità di assimilazione, o magari invece perché sono stati fin dall’inizio fenomeni perfettamente inseriti nel e compatibili col Sistema?

Let’s face it: la sinistra italiana è sparita NON perché il PCI e i partiti della sinistra “storica” hanno emarginato e criminalizzato i “radicali”, come sostieni tu, ma tutto al contrario perché ne sono stati FAGOCITATI. La “sinistra” italiana oggi è rapresentata esclusivamente da postsessantottini, eredi della controcultura e post-gruppettari. E se la “sinistra” (la sinistra, cazzo!) è convinta che il problema politico principale sia non cambiare il mondo, ma comunicare un messaggio (la comunicazione!), c’è da stupirsi che anche la destra si sia attrezzata in quel senso e improvvisamente abbia prodotto uno come Berlusconi? Io credo proprio di no. Se Berlusconi è comparso è perché è sparita la sinistra, ed è solo un colpo di fortuna il fatto che, al posto di Berlusconi, non ci sia (ancora) qualcosa di peggio.

 

Commenti

Quindi per te (Luca) il riformismo finisce con la nascita dei Democratici di Sinistra.
Seconso me è morto in coincidenza della morte della NEP;-)

mario | 09.12.08 12:29

interevento e risposta molto interessanti;
c'è una cosa della risposta che forse merita un chiarimento:

"Com’è che la cultura hippy, i capelli lunghi, la marijuana, il rock, l’heavy metal, il punk, e adesso lo slow food e il cibo bio, il consumo critico, i GAS ecc. sono passati da fenomeno marginale e “alternativo” a fenomeno di massa senza produrre alcuna vera trasformazione politica, sociale o economica"

non sono sicuro di capire cosa intendi per *vera trasformazione*.
io credo che in fin dei conti johnny rotten, e soci, i capelloni e via contestando hanno effettivamente contribuito alla trasformazione della società, almeno facendo una breccia nel conformismo della società pre-"anarchy in the uk"
idem per l'aborrito slow food: possiamo chiederci se la società post slow food sia maglio o peggio che prima, ma la mania dell'agriturismo, e dell'olivetta di montepapero il suo contributo di cambiamento (sicuramete sociale ed economico, ma temo ahimé anche politico) lo sta dando eccome ...senno' non ne parleresti un giorno si e l'altro pure :-)

soupe ->kk | 10.12.08 08:07

@Luca V.
Molto interessante il post.
secondo me, tuttavia, si deve distinguere in una "corrente di pensiero" le fonti di quella corrente dalle fonti della corrente stessa. P.es. può essere un po' difficile vedere nelle poesie di Aleardo Aleardi una parentela con Novalis. E certo Novalis non era tipo da perdersi dietro gli oriuoli. Tuttavia, Aleardi è effettivamente figlio della volgarizzazione del romanticismo di Novalis (e,ovviamente, di altri).
Oggi, poi, il "romanticismo" è quella cosa scritta nei baci perugina con Novalis e compagni che si rivoltano nella tomba (suppongo).
Tuttavia, se oggi parliamo di un "sentimento romantico" parleremmo in modo sia incomprensibile, sia, tuttosommato, sbagliato, se ci riferissimo al primo ed eroico romanticismo tedesco.
Torniamo alla sinistra ed al fascismo.
Mi sembra giustissimo dire che anche la sinistra "estrema" attuale NON abbia le sue radici nel fascismo.
Tuttavia le parentele mi sembra che siano più intense di una fortuita sovrapponibilità di argomenti.
Si deve considerare che in Italia la riflessione sul fascismo è stata, tuttosommato, rapida e non particolarmente approfondita, non foss'altro perché la guerra partigiana ha (legittimamente, n.b.) fatto ritenere che ci fossimo collettivamente riscattati.
Tuttavia, i relitti mentali del fascismo sono tanti. Ad esempio, la conformazione delle relazioni industriali; la carta del lavoro, spurgata di un paio di termini troppo evidenti può venir accetttaa quasi pari pari (una volta avevo fatto un esperimento del genere con un sindacalista della CGIL).
Potrei sbagliarmi, ma il punto di incontro tra residui fascisti (diciamo "mentalità) e sinistra estrema è nella concezione dello Stato che, francamente, non mi sembra essersi liberato dell'idea che debba essere etico.
Vale a dire, l'idea di fondo comune mi sembra essere che il "bene" debba essere legificato, che il "GIUSTO" possa essere stabilito solo per legge.
E, seppur per ragioni e con patrimoni culturali ben diversi, su questo aspetto fonamentale mi sembra che i sinistri e fascisti si intendano perfettamente: nulla al di fuori dello Stato e lo Stato (ovvero la società perfetta, fa lo stesso, credo) come fine ultimo e non come strumento.
Insomma della definzione che riporti di Gentile gli elementi comuni mi sembrano tanti:
- "nazionalista e rivoluzionario
antiliberale e antimarxista": la sinistra radicale non è certo nazionalista, né antimarxista: ma con aspirazioni rivoluzionarie e antiliberali certo sì.
- organizzato in un partito milizia: questo manca, ma avrei dei dubbi sulla necessità del partito milizia per definire un movimento come fascista; cedo che il partito milizia sia stato un "accidente" storico, non ideologico.
- con una concezione totalitaria della politica e dello stato: decisamente in questo coincidono.
- con una ideologia attivistica: non c'é il manganello, vero, ma il fatto di lanciare segnali anche a sproposito è la dimnostrazione che conta più il fare, l'azione dimostrativa
- antiteorica: no, la sin. rad. ha la pretesa di avere un forte impianto teorico. A cui però si oppone, come notavi tu, un vuoto teorico che si accoppia, invece, assai bene con l'attivismo.
- a fondamento mitico: direi che ci siamo....
- virilistica: decisamente no.
- antiedonistica: decisamente si.
- sacralizzata come religione laica: ahm... direi pure di si....
- che afferma il primato assoluto della nazione, intesa come comunità organica etnicamente omogenea, gerarchicamente organizzata in uno stato corporativo, con una vocazione bellicosa alla politica di grandezza, di potenza e di conquista, mirante alla creazione di un nuovo ordine e di una nuova civiltà: decisamente no, questo manca del tutto.
Ma, e questo è il mio dubbio più consistente, tutto ciò non è semplicemente la sintesi del fascismo come STORICAMENTE realizzatosi in Italia, ma non l'essenza dell'ideologia fascista?
Insomma, gli elementi comuni mi sembrano davvero tanti.
Dire che Slow food sia "fascista" è sì una forzatura (divertente, però), ma che mi sembra cogliere un aspetto decisamente preoccupante.

etienne64 | 10.12.08 12:01

La sinistra è stata fagocitata dal '68. Ma quello che concretamente è accaduto non è la calata di un'orda di barbari che ha distrutto le strutture altrimenti perfettamente funzionanti della politica per sostituirle con la vacuità della comunicazione; le forme politiche di sinistra (e di destra) antecedenti il '68 sono entrate in crisi autonomamente in seguito a un processo sociale per cui non erano alla fine più in grado di rappresentare adeguatamente la società italiana. E su quella crisi, su quel vuoto, sono sorti direttamente o indirettamente tutti i fenomeni con cui ci confrontiamo ora, dall'autonomia operaia al craxismo al leghismo al post-pci e al berlusconismo, tutti fenomeni che in assenza di un ricambio adeguato si sono trovati a occupare direttamente il posto della politica senza avere palesemente i mezzi e gli strumenti per fare veramente politica. La sinistra (e la destra) sono state fagocitate dal velleitarismo dei proclami e dello spirito gruppettaro, da tutto ciò che il '68 e poi il '77 avevano di distruttivo. Ma nello stesso tempo, i movimenti non hanno vinto; c'erano delle aspirazioni, delle idee che non si sono affatto realizzate. Allora o il '68 poteva essere solo quello che è stato, e cioè un processo di disarticolazione di strutture politiche residuali e ormai inadeguate guidato da forme di falsa coscienza pseudo-rivoluzionarie, oppure aveva delle altre potenzialità politiche reali che non hanno potuto concretizzarsi. In ogni caso, che il pci e la dc abbiano criminalizzato il movimento è un fatto storico concreto, dimostrabile, e se del '68 e del '77 ha prevalso solo il versante vacuo e velleitario forse è anche dovuto a questo.

LucaV -> Luca/kk | 10.12.08 12:02

A me sembra che tu legga tutto ciò che avviene in Italia oggi a "sinistra" solo come espressione di una tendenza regressiva (cosa che indubbiamente è), mentre io cerco di trovarci anche degli indicatori di problemi comunque reali. In questo momento l'unico e solo motivo per cui penso che chiunque (davvero chiunque, fosse pure Carlo Gambescia) in Italia si occupi di problemi politici e sociali abbia una funzione comunque positiva è che solleva e tiene aperti dei problemi. Come scrivi giustamente riguardo al progresso, non è necessario che qualcuno lo faccia: ci si potrebbe tranquillamente occupare tutti quanti di calcio o di gossip. Se qualcuno tenta un'analisi di un problema politico o sociale, fosse pure nel modo più strampalato del mondo, io sono contento, perchè vuol dire che a qualcuno interessa qualcosa occuparsi della realtà concreta e non solo delle vicende dell'isola dei famosi. A dire il vero ce ne sono anche troppi che se ne occupano, ma dato che non vedo in giro grandi alternative possibili in merito a come se ne possono occupare, preferisco che ce ne siano tanti pessimi piuttosto che non ce ne siano affatto. Che poi in questa forma, ai fini di una diretta progettualità politica tutto questo non serva a niente, lo capisco. Ma mi sembra che per il momento sia tutto quello che c'è, e che non abbia un gran senso opporre a tutto ciò la spietata lucidità della critica con l'intento di ripartire su basi totalmente altre. Chiunque si trovi a operare in italia adesso, anche con gli strumenti migliori del mondo, dovrà comunque fare i conti con l'eredità del passato e del presente, ed è realistico pensare che trenta o quarant'anni di vissuto e idee possano essere cancellati del tutto per fare posto a un'approccio del tutto nuovo, fosse pure il migliore che ci sia?

Per me la domanda è: tutta questa gente che parla e straparla di globalizzazione e di tutto il resto, si riferisce in modo improprio a problemi e fatti reali, oppure parla davvero solo di aria fritta? Certe formule e categorie che ritrovo dappertutto hanno un qualche tipo di rapporto - e quale - con gli eventuali processi e problemi reali che pretendono di rappresentare, oppure no? E ancora, da dove si dovrebbe partire per tornare dalla comunicazione e le omelie alla politica, ammesso che sia possibile farlo? Meglio sparare a zero su tutto quello che è attualmente la "sinistra" in Italia, o piuttosto forse interagire con quello che c'è per tentare di trasformarlo? Quello che c'è è un senso comune vociferante e vaniloquente, che però forse esprime anche delle percezioni, esigenze e aspirazioni che in qualche caso potrebbero essere minimamente fondate, seppure in modo distorto. E allora questi vaniloqui espressi da tutto il disgraziato mondo dell'attuale "sinistra", dai girotondi ai centri sociali agli intellettualini e maestri di scuola, non è forse l'unico punto di partenza possibile, da criticare, vagliare ed elaborare ma non da rifiutare in blocco, per guardare ai problemi che solleva andando oltre il modo insufficiente in cui li tratta? La proposta di Paul Krugman di realizzare un altro New Deal e il vociferare contro il neoliberismo dei nostri "sinistri" non sono forse due modi, uno competente e articolato e l'altro pateticamente inadeguato, di riferirsi a uno stesso complesso di problemi reali? Gli ecologisti mostrano la loro propria imbecillità ma lo stato dell'ambiente non sembra essere un gran ché. E allora non è più utile cercare e proporre altri modi di relazionarsi ai problemi dell'ambiente piuttosto che rimarcare ogni volta le tare (palesi e facilmente riscontrabili) dei poveri ecologisti? Naomi Klein scrive come Tremonti, ma le cose che scrive vanno insieme ad azioni e movimenti di massa, e se masse di persone invece di invece di restarsene a casa o di andare in vacanza decidono di coordinarsi per boicottare la realizzazione di un'infrastruttura o contestare un meeting del G8, io sono liberissimo di pensare che sbagliano, ma mi viene la curiosità di capire perchè lo fanno, e il pensiero che se le loro azioni e le strategie sono forse sbagliate, i problemi da cui queste scaturiscono sono comunque reali. Mi sembra che insistere sempre sui mezzi faccia dimenticare una riflessione più approfondita sulla giustezza o meno dei fini: a forza di puntare sempre il dito sul fatto che gli pseudosinistri sono fuori di testa a contrastare le kattive multinazzionali, che la globbalizzazzzione e il neolibbbberismo sono parole vuote che non dicono niente, che gli ecologisti sono una massa di imbecilli, etc., si finisce ad accreditare (credo involontariamente) l'idea che è giusto il contrario: che le multinazionali fanno sempre scelte giuste per il bene di tutti, che il mercato funziona sempre bene, che lo stato dell'ambiente è assolutamente perfetto. E io sinceramente non credo che tu pensi che le cose stiano così.

Io lo capisco benissimo che Tony Blair è un politico "vero" mentre "l'ala creativa del movimento del '77" era un manipolo di velleitari farneticanti drogati, però la mia visione di come dovrebbe andare il mondo è più vicina a quello che gli uni non sono stati assolutamente in grado di realizzare che non alle politiche concrete che l'altro ha effettivamente realizzato. Di certo agli autonomi (o oggi ai new-global) non accordo nessuna fiducia in termini di concreta progettualità politica, ma posso comunque dare un valore alle loro irrealistiche rappresentazioni come ad aspirazioni verso una idea del mondo e della vita con cui mi identifico in gran parte anche io. E semmai rispetto alla loro palese inefficacia politica è proprio l'efficacia di Blair nell'aver realizzato davvero la sua politica, che ai miei occhi lo rende ancora più pericoloso.

LucaV -> Luca/kk | 10.12.08 12:06

Sono d'accordo che i punti in comune con il fascismo sono tanti. Non a caso mi sembra che ultimamente stiano tornando a proliferare una massa di strani intrecci e contaminazioni tra estreme destre e "sinistre", e se questo avviene è perchè le due matrici di riferimento hanno effettivamente parecchie comparitilità. Però d'altra parte a me la "sinistra" italiana pare, piuttosto che qualcosa di organicamente coerente, un guazzabuglio di aspetti diversi e totalmente contraddittori in cui tutto convive con tutto e in qualche modo si neutralizza vicendevomente: lo stato "etico" e i diritti gay, l'antiliberalismo e il consumismo, l'antiedonismo con i rave party e le droghe, la lotta al precariato con le moltitudini. Credo che questo lo renda alla fine qualcosa di più folkloristico che temibile.

Certo, è vero che Mussolini riuscì ad arrivare al potere ottenendo strategicamente l'appoggio di una massa di anarcosindacalisti e futuristi incattiviti dalla guerra e dalla crisi, ma siamo sicuri che in condizioni analoghe (a cui spero di non dover mai assistere concretamente :-O) i nostri "sinistri-destri" occuperebbero la stessa posizione?

LucaV -> etienne64 | 10.12.08 12:36

Le controculture non sono essenzialmente fenomeni politici, ma sociali e "di costume". Solo nelle "fanzine" più fricchettone degli anni '60 o '70 si sarebbe potuto affermare che una controcultura è politicamente rivoluzionaria prendendo questa affermazione sul serio in senso letterale. Quando si parla di "recupero" non si può plausibilmente parlare della neutralizzazione di (inesistenti) potenzialità politicamente sovversive legate all'ascolto di un certo genere di musica, a un certo taglio di capelli o all'uso di una certa droga, ma al massimo appunto del passaggio da fasce marginali del costume e della cultura a zone più ufficialmente riconosciute. Però tutto ciò ha comunque a che fare con la politica: dato che implica l'adozione di un determinato stile di vita, ogni controcultura richiede comunque implicitamente al potere politico e alla società di riconoscere le caratteristiche di quegli stili di vita, e questo spesso implica scelte politiche e mette in moto processi sociali che nel passato sono stati in qualche misura socialmente emancipativi (come il riconoscimento dei rapporti prematrimoniali, o il riconoscimento dei diritti gay, la depenalizzazione degli stupefacenti o la domanda di uno stile di vita preveda più tempo libero per svago e divertimento, che da questo punto di vista forse non sono così diverse da temi di interesse più generale come la legalizzazione del divorzio e dell'aborto o il riconoscimento delle coppie di fatto eterosessuali), e inoltre il fatto che questo riconoscimento avvenga o meno ha comunque qualche tipo di incidenza più generale sulla società, senza certamente essere la rivoluzione o il rovesciamento del sistema. A me pare che una società in cui siano riconosciuti i diritti gay o siano depenalizzate le droghe leggere abbia diverse chances di essere una società comunque più aperta e libera anche per gli eterosessuali non consumatori di droghe. O no?

LucaV -> Luca/kk e soupe | 10.12.08 12:43

Raramente mi trovo totalmente d'accordo con qualcuno, come con Luca V.
Poichè penso che mettere un commneto puramente elogiativo sia tempo perso, eccepisco questo: che succede quando la controcultura, anziché limitarsi a suscitare l'attenzione sui problemi, finisce al governo, così, cruda? Ossia, come si colloca Pecoraro Scanio in questa tua visione?

Erasmo | 10.12.08 13:09

Secondo me la politica è e non può essere altro che mediazione e integrazione di interessi sociali diversi e anche contrapposti, al fine di elaborare un disegno o un progetto di amministrazione o riforma della società nel suo insieme, nella sua complessità. E questo è esattamente quello che uno come Pecoraro Scanio mi pare non faccia. (ma in realtà in Italia nessuno lo fa). Al suo posto c'è la pretesa di partire da un interesse specifico e immediato (poco importa che sia la difesa dell'ambiente anzichè degli interessi dei giovani imprenditori rampanti o del Nord che lavora contro Roma ladrona o o delle moltitudini desideranti) facendolo valere lobbysticamente e pretendendo di imporlo come il solo e unico punto di vista legittimo da cui partire per gestire e trasformare la società. Però questo è ne' più ne' meno che la politica italiana degli ultimi trent'anni nel suo insieme: un immenso scontro di controculture di "destra", di "sinistra" e di "centro" che confliggono per avere o mantenere fette di potere. Quindi, secondo me quando le controculture vanno direttamente al governo succede questo, e i pessimi risultati li abbiamo davanti agli occhi.

Temo che ora non sarai più totalmente d'accordo con me... :-)))

LucaV -> Erasmo | 10.12.08 13:39

No, sono sempre d'accordo. E' il cortociscuito fra una funzione (ancorché involontaria) di semplici suscitatori di problemi e quella di governo (ossia di sopitori degli stessi problemi) che mi pare irrisolto dalla tua risposta, anche perché credo sia irresolvibile. In realtà, il nostro paese è democristiano, ossia tronca e sopisce cooptando. Anche per questo non sarei così sicuro che ci sai stata autentica criminalizzazione negli anni '70. Però questi sono aspetti tattici, collaterali all'analisi che fai, sulla quale resto totalmente d'accordo.

Erasmo | 10.12.08 13:52

Non ho molto da dire su questo post(molto interessante).Ognuno, a questo mondo, ha le sue opinioni e queste sono opinioni che si aggiungono.Dimostrano cosa? Che correnti di pensiero si intrecciano ed evolvono, si separano ed analizzano in funzione di idee che individuano altre questioni ed altre "centralita'"?Comuni denominatori? Ilpensiero Marxista non è un pensiero statico.E' materialismo e dialettica.Se è per i comuni denominatori ce ne sono stati anche tra borghesi e proletari durante la rivoluzione francese.
Elaborare un pensiero in funzione dell'ambiguità dei concetti e delle parole?
Preferisco farlo avendo come riferimento ciò che si muove nella società, come questa cambia e quali risultati producono quelle quei concetti.

L'ambiguità è stata dentro molti "movimenti". Come quello futurista, ad esempio.Salvo che qualcuno dei suoi protagonisti morì alle fosse Ardeatine ed altri no.L'ambiguità è un elemento caratterizzante i rapporti politici ed ideologici.E' lo strumento degli uomini per dialogare in certe circostanze.Ma su cosa si dialoga con la destra a sinistra?Quale sinistra?Certo è che non ci dialoga la "sinistra" estremista e massimalista.
Dopo di che, sdoganata (per concessione) la possibilità che esista anche una sinistra (però solo fino alle porte delle Alpi), ritengo che certe affermazioni siano anche "offensive",ed una forzatura che non ha né capo né coda. A meno che non si voglia dare un significato "universale" a segmenti marginali di "movimenti".In particolare come ci si può dilettare in un esercizio del genere senza tenere conto della storia, delle cose che sono successe, di quale posto ha occupato nei rapporti tra classi sociali (potere) il pensiero riformista, quello comunista, quello fascista e quello della borghesia (agraria ed industriale)?Chi stava con chi. Ora, arrivare a dire che sesistono contaminazioni tra "soggetti" aventi alle spalle un certo tipo di ideologia o di militanza che c'entra con il fatto che "sinistra" e "destra" rappresentano due modi e due "progetti" sociali "antagonisti"?Se è solo una questione di percorsi individuali Mussolini è stato un socialista,e questo cosa dimostra?
Non è vero che la "sinistra" veda lo stato come il fine e non come uno strumento, il punto è intendersi su "strumento" per realizzare cosa?Non sarà liberista o liberale, e meno male dico io, ma è libertaria.La sinistra con cui mi confronto io.Fatta di operai, studenti,precari e gente "normale", ha ben chiaro quali sono le differenze.
Le compatibilità e l'omologazione che vedo io sono tra la destra che c'è oggi al potere ed il "riformismo" senza identità del nostro paese.Omologazione nelle questioni concrete, nella scelta delle cose da fare, nella visione dei rapporti tra le persone nei luoghi di lavoro,nel modo in cui questi devono essere regolamentati.
In una intervista di ieri sulla Stampa "Rino Formica" a questa domanda
"Ilpiano di rinascita democratica di Gelli non ti sembra quello di Berlusconi?"
ha risposto:
"Il piano non è per nulla un elenco di aioni eversive.Bisogna essere onesti:il piano di rinascita è il piano comune che hanno sia il PD che Berlusconi.Un giorno ero con Macaluso e leggemmo una presa di posizione del Pd.Commentammo"Ma questo è ilpiano di Gelli"
Dovremmo ricavarne una qualche "suggestione" da queste affermazioni?
Certo, la destra ha nel suo DNA una serie di concetti che si richiamano all'idea della "comunità", della socialità, del territorio.Tutta roba chiusa all'interno del perimetro della loro storia, però.Ciò che hanno prodotto storicamente fornisce l'esatta dimensione di un'idea che finisce lì, in quegli steccati.Bè, io penso che con quella roba la sinistra "tutta", antagonista o meno non ci ha proprio nulla a che fare.

mario | 10.12.08 14:20

Mamma mia quanti commenti....

Comincio da Soupe (e il Luca V. delle 12,43). No, il "cambiamento" vagheggiato dalla controcultura doveva essere un cambiamento politico, non un semplice mutamento di costume (del quale in sé e per sé alla controcultura non fregava granché). Si trattava di provocare il Potere, contestare e, col tempo, rovesciare il Sistema. La cosa è abbastanza evidente nei testi dell'epoca, ed è in effetti proprio per questa ragione (cioè perché si trattava di una "sovversione" non canonica, che operava, per così dire, sulla sovrastruttura anziché sulla struttura) che la controcultura venne vista con diffidenza dalla sinistra "storica": ma dovrebbe essere chiaro che pur sempre di sovversione si trattava: non oeprava direttamente sulle strutture politico-economiche, ma indirettamente è lì che voleva arrivare.
Forza è di constatare che la sovversione controculturale non è riuscita nel suo scopo: questo, credo, è innegabile. Il semplice fatto che, inoltre, le mode che la controcultura e i movimenti che l'hanno seguita hanno incessantemente creato sono rimaste appunto mode, cioè sono state appropriate dall'industria (culturale e dell'entertainment, dell'abbigliamento, ecc. ecc.) ci dovrebbe mettere, io credo, in guardia circa l'effettivo potenziale "rivoluzionario" di quetso tipo di atteggiamenti. Heath & Potter, in questo libro:
link
che ho citato più volte (e anche recensito), ne hanno parlato in modo che considero illuminante: pensare che se cambio il modo di fare l'amore, di mangiare, di vedere un film, o di vestirmi, sto con ciò stesso cambiando le strutture del mondo che mi circonda, significa dimenticare che il mondo che i circonda è molto più complicato di come me lo raffiguro, e significa distogliere energie che sarebbero molto più utilmente impiegate nel cambiare effettivamente i meccanismi reali dello sfruttamento (per la sinistra radicale) o dell'ineguaglianza (per la sinistra riformista). Non so sono chiaro.

Sul "successo" di controcultura e '68 il discorso si farebbe lungo. Diciamo allora almeno questo: sovente si sente dire che il '68 non ha "vinto" nella politica e nell'economia, ma in compenso ha "vinto" nel costume (famiglia, rapporti fra i sessi, diritti sul lavoro ecc.); e si citano, in Italia, i casi dello Statuto dei Lavoratori (1970) e della riforma del diritto di famiglia (1975). E si dice: vedete? E' evidente la connessione, anche temporale, col '68. Bene. Si dà però il caso che qui si commette una fallacia logica consistente nello scambiare uan correlazione con il rapporto di causalità: il fatto che il 68 sia venuto prima dello Statuto e della Riforma non vuol dire che ne sia stato la causa. E di fatto, chiunque si sia occupato un po' di queste cose sa che entrambe le riforme erano in gestazione da tempo (per es. sono io medesimo in possesso di un bel libro del '67 che raccoglie atti di un importante congresso giuridico in cui si discettava di svariati progetti di riforma del diritto di famiglia). Può benissimo sostenersi che il 68 abbia funzionato da detonatore ed abbia accelerato le riforme: ma può benisismo sostenersi il contrario (che le abbia ritardate, cioè). Io penso che non ci sia nessun rapporto causale, e che il 68 sia stato provocato dalle medesime cause (mondiali, si badi: il 68 è stato un fenomeno "globale" se mai ce ne sono stati) che hanno provocato i cambiamenti sociali e giuridici che lo hanno accompagnato e seguito: in altri termini, ci sarebbero stati comunque.
Il 68 e la controcultura, viceversa, hanno sicuramente avuto successo in taluni paesi (in Italia, per es.) - ma non dappertutto - nell'estromettere dal dibattito politico il marxismo in primis, e la cultura politica riformista in generale. Si è affermata, anche da noi, l'idea che quel che conta è la comunicazione rapida ed efficace del messaggio, se possibile vigorosa e provocatoria (quante volte sentite gli aggettivi "coraggioso", "contro i luoghi comuni", "controcorrente", "fuori dal coro"?). Il risultato di tutto questo?
Il risultato di tutto questo è BERLUSCONI (o la Lega, o La Russa). Il risultato di tutto questo è la gente di MicroMega, o anche di Rep, che grida ogni giorno al regime dalle televisioni, dalle radio e dai giornali (come se un regime vero non procedesse per prima cosa ad eliminare dai media le voci dell'opposizione).
Il risultato è un povero imbecille come questo signore
link
il quale è convinto che scrivere in una lettera di protesta alla RAI "fate schifo" sia qualcosa che abbia vagamente a che fare con la politica. Il risultato sono quelli come Zucconi, o blogger come Galatea o Anskij, che sono convinti che la politica consista nel fare battutine spiritose o nel fare bons mots trancianti.
Questo è il risultato.
Continuo dopo.

Luca/KK | 10.12.08 16:45

replico un po' sbrigativamente sulla controcultura: prima sono nate e si sono diffuse certe abitudini e dopo sulla base di queste abitudini sono sorte alcune teorie pseudorivoluzionarie che fin dall'inizio sono state essenzialmente qualcosa a metà strada tra il wishful thinking e la pantomima estetizzante in funzione di autoconvincimento di gruppo. La controcultura non sorge con Jerry Rubin che scrive "Do It!", ma con la diffusione di massa della musica rock, del sesso prematrimoniale e poi di tutto il resto, e se pure poteva essere eccitante pensare che facendosi le canne e suonando la chitarra si "fottesse il sistema", è sorta molto presto una visione più smaliziata che ammetteva che effettivamente questo non è rivoluzionario, e si fa basilarmente perchè farlo è piacevole per chi lo fa. Non ho letto il libro di Heath e Potter e mi riprometto di farlo al più presto possibile, ma dall'idea che ho potuto farmene leggendo la tua recensione credo proprio che gli autori sbaglino nel sopravvalutare l'importanza di certi testi, interpretando come dei coerenti programmi militanti, che sarebbero poi stati sconfitti, dei proclami rituali che in realtà già da subito erano molto più vicini di quanto potessero apparire a dei meri "gesti estetizzanti" (cioè appunto comunicazione, e non politica). E quindi non credo si possa dire che le controculture "non siano riuscite nel loro scopo", almeno a giudicare dalla diffusione dei concerti, delle musiche e degli stili di vita "alternativi" (che in sè e per sè, checché ne dicano gli autori, non sono affatto alternativi all'impegnarsi in attività politiche più concretamente utili).

LucaV -> Luca/kk | 10.12.08 18:23

Io penso che non ci sia nessun rapporto causale, e che il 68 sia stato provocato dalle medesime cause (mondiali, si badi: il 68 è stato un fenomeno "globale" se mai ce ne sono stati) che hanno provocato i cambiamenti sociali e giuridici che lo hanno accompagnato e seguito

Si ma allora quali sono per te queste cause?

LucaV -> Luca/kk | 10.12.08 18:32

Mi sembra un argomento suggestivo ma non convincente. Dovremmo forse dire allora che l'intera cultura di massa o industriale è controcultura? Mi pare davvero eccessivo. E anche contrario all'uso: quando si parla di "controcultura" si fa normalmente riferimento proprio agli autori che della controcultura hanno fatto una teoria (Jerry Rubin, appunto, e tutti gli altri).
Ciò detto, si tratta di una questione terminologica: se questo è quel che tu intendi per "controcultura", allora non è quello che intendo io.
Inoltre: non nego che quei fenomeni abbiano cambiato il costume, ma non hanno cambiato la struttura dello stato, non hanno cambiato la proprietà dei mezzi di produzione, non hanno neppure eliminato o ridotto le disuguaglianze. Se tu preferisci affermare che la controcultura, come tu la intendi, non aveva questi scopi, e quindi non si può dire che abbia fallito, mi va benissimo: allora mi potrei limitare a dire che è stata politicamente sterile... E dirti che in questo caso tutto il tuo discorso sul fatto che i partiti di sinistra avrebbero ignorato o visto con ostilità la controcultura (nella tua accezione) è storicamente errato: il PCI, per dire (e ancor meno il PSI, per restare all'Italia) non erano ostili al rock o al sesso prematrimoniale, erano ostili a quelle correnti che pensavano che fumo e sesso servissero a sovvertire il Sistema facendo pure a meno della vecchia lotta di classe (il che è molto comodo e anche molto cool: vuoi mettere scopare, fumare e cantare la notte sulla spiaggia invece che andare a fare volantinaggi, comizi e scioperi?).
Ma il fatto è che la controcultura (come la intendo io), la critique artiste di Boltanski-Chiapello, un effetto politico lo ha avuto eccome: è servita a sostituire nella dialettica politica la sinistra "storica", la critique sociale. Al suo posto, ora, c'è la "sinistra" italiana attuale.
E' chiaro, peraltro, che tutto questo (in Italia e altrove, ma non dappertutto ovviamente) è avvenuto per colpa dei vecchi partiti di sinistra, che di certo non hanno saputo reagire ai cambiamenti e rinnovarsi mantenendo ferma la barra al loro scopo finale (il progresso, l'uguaglianza, la giustizia). Ma non sono AFFATTO d'accordo che il loro errore sia stato quello di ignorare o colpevolizzare la "controcultura": al contrario, credo che il loro errore sia stato l'opposto.

Luca/KK | 10.12.08 18:59

"Si ma allora quali sono per te queste cause?"

Su questo (come dice il nonno ad Amos Oz in Storia d'amore e d'ombra parlandogli delle differenze fra uomo e donna) ci sto ancora lavorando... :))
Se dicessimo (per es.) lo sviluppo economico, il Welfare State, la crescita dei rapporti economici e culturali internazionali, l'aumento della popolazione, insomma roba del genere? Fenomeni che vanno dagli USA al Messico, dall'Inghilterra alla Francia al Patto di Varsavia non si spiegano con la controcultura (in entrambe le accezioni).
(Anche se non vorrei che questo venisse preso come una stucchevole rimasticatura delle diatribe struttura/sovrastruttura)

Luca/KK | 10.12.08 19:09

Certo, è chiaro che la controcultura è una conseguenza e non una causa dei fenomeni globali di cui parli.

LucaV -> Luca/kk | 10.12.08 19:18

mi sono accorto un po' in ritardo di una cosa di cui fare ammenda: ho usato impropriamente il termine "controcultura" come se fosse sinonimo di "subcultura", quando invece le due cose sono diverse (credo di capire anche che il motivo di questa confusione sia dovuto al fatto che la "controcultura" è essenzialmente subcultura con l'aggiunta di una qualche forma di ideologia politica pseudorivoluzionaria). Quindi se le cose stanno così, sì, hanno ragione Heath & Potter, anche nell'affermare che quegli intenti "rivoluzionari" sono falliti (mentre invece le subculture sono vive e stanno bene :-)).

Per quanto riguarda il resto delle critiche che fa Luca/kk nel suo penultimo intervento di ieri, immagino che avremo altre occasioni di tornarci su...

LucaV | 11.12.08 17:09

Ma certo, ne riparleremo!
In fondo, è *L'ARGOMENTO* di questo blog.

Luca/KK | 11.12.08 17:31

E guai a te se adesso lasci cadere la questione, perché non siamo neanche all'altezza di un "meno" che permetta di dire che "almeno mantengono un'apertura sulla realtà": basta osservare la loro totale e radicale incomprensione della dinamica reale della crisi, che pure speravo avrebbe prodotto qualcosa...., e che è il contrario esatto del "tenere aperto il legame con la realtà": è chiuderlo riducendolo a caricatura.

C'è questa specie di narrativa: "iam rei publicae is status erat rerum ut ALMENO...".
Laddove a me sembra piuttosto che si scelga accuratamente un livello di "meno" che permetta di accomodare n'importe quoi: è sotto quel "meno" che - l'espressione è di Pasolini, methinks - si forma un 'serbatoio di nuovo fascismo'.

Ed è precisamente per questa ragione che battersi contro quella pressione del "meno", dell'"almeno", contro la produzione industriale(*) del "almeno", questo dovrebbe essere un fatto politico di sinistra. E' precisamente perché la sinistra non può essere fascista se non sotto un 'meno' in cui non tanto diventa fascista quanto cessa piuttosto di essere sinistra diventando lifestyle, "sinistra" o diciamo ziniztra, è precisamente per questo che, nonché ripartire 'almeno' dalla ziniztra, bisogna al contrario evaporare la ziniztra perché si torni a far politica.

(*)qui si apre la vasta questione della critique dite 'artiste'.

Francesca | 13.12.08 11:12

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