Come William Morris divenne socialista
Bene, ciò che io intendo per Socialismo è una condizione della società in cui non ci sarà né ricco né povero, né padrone né servo, né ozioso né sovraccarico di lavoro, né lavoratori della mente col cervello malato né lavoratori manuali dal cuore malato, in una parola, in cui tutti gli uomini vivranno in eguaglianza di condizioni, e gestiranno i loro affari senza sprechi, e con la piena coscienza che fare del male ad uno vorrebbe dire fare del male a tutti – la realizzazione finalmente del significato della parola COMMONWEALTH.(...)
Prima del sorgere del Socialismo moderno quasi tutte le persone intelligenti o erano, o professavano di essere, del tutto soddisfatte della civiltà di questo secolo. Ancora, quasi tutti costoro ne erano contenti in questo modo, che vi vedevano nient’altro da fare se non perfezionare la suddetta civiltà eliminando un paio di ridicole vestigia delle età barbariche. In breve, questa era la mentalità Whig, naturale negli uomini della prospera classe media moderna, i quali, in effetti, nella misura in cui si tratti del progresso meccanico, non hanno nulla da chiedere, se solo il Socialismo li lasciasse da soli a godersi il loro abbondante modo di vita.
Ma accanto a questi tipi soddisfatti ce n’erano altri che non lo erano affatto, ma avevano un vago sentimento di repulsione per il trionfo della civiltà, ma erano costretti al silenzio dallo smisurato potere del Whiggismo. Infine, ce ne furono alcuni in aperta ribellione contro il suddetto Whiggismo – pochi, diciamo due, Carlyle e Ruskin. L’ultimo, prima dei miei giorni di Socialismo pratico, fu il mio maestro verso il predetto ideale, e, guardando indietro, non posso fare a meno di dire, tra parentesi, quanto mortalmente sciocco sarebbe stato il mondo vent’anni fa se non fosse stato per Ruskin! Fu attraverso di lui che imparai a dare forma al mio scontento, che devo dire non era affatto vago. A parte il mio desiderio di produrre cose belle, la passione dominante della mia vita è stata ed è l’odio della civiltà moderna. Che cosa ne dirò ora, quando le parole sono poste sulle mie labbra, sulla mia speranza della sua distruzione – che cosa dirò della sua sostituzione ad opera del Socialismo?
Che cosa dirò circa la sua padronanza ed il suo spreco della potenza meccanica, il suo commonwealth così misero, i suoi nemici del commonwealth così ricchi, la sua stupenda organizzazione – per l’immiserimento della vita! Del suo disprezzo dei semplici piaceri che ognuno potrebbe godere non fosse per la sua follia? Della sua volgarità cieca che ha distrutto l’arte, il solo certo sollievo alla fatica? Tutto ciò io lo sentivo allora come adesso, ma non sapevo perché. La speranza dei tempi passati era andata, le lotte dell’umanità per tante epoche non aveva prodotto null’altro che questa sordida, insensata, brutta confusione; il futuro immediato mi sembrava dovesse intensificare tutti i mali presenti spazzando via le ultime vestigia dei giorni prima che il piatto squallore della civiltà si fose installato sul mondo (...)
Tuttavia, credetemi, nel mio cuore, quando davvero mi forzavo a guardare al futuro, questo è quello che vi vedevo, e, per quanto posso dire, nessuno sembrava pensare valesse la pena lottare contro un simile disastro di civiltà. Così ero destinato ad una fin di vita piuttosto pessimistica, se non avesse in qualche modo albeggiato in me l’idea che in mezzo a tutta la sozzura della civiltà i semi di un grande cambiamento, ciò che noialtri chiamiamo Rivoluzione Sociale, stavano cominciando a germogliare. L’intero aspetto delle cose fu trasformato per me da quella scoperta, e tutto ciò che dovetti fare allora per divenire un Socialista fu di agganciarmi al movimento pratico, il che, come ho già detto, ho tentato di fare meglio che ho potuto.
Ricpaitolando, allora lo studio della storia e l’amore e la pratica dell’arte mi spinsero ad un odio della civiltà la quale, se le cose dovessero fermarsi al punto in cui sono, trasformerebbe la storia in un caos insensato, e fare dell’arte una collezione delle curiosità del passato, che non avrebbe alcuna seria relazione con la vita del presente. (...)
Un’ultima parola o due. Forse qualcuno dei nostri amici dirà, che cosa abbiamo a che fare queste cose di storia e di arte? Noi vogliamo per mezzo della Social-Democrazia ottenere un decente tenore di vita, vogliamo in qualche modo vivere, e lo vogliamo subito. Certamente chiunque pensasse che al questione dell’arte e della cultura deve precedere quella del coltello e della forchetta (e ci sono alcuni che lo propongono) non comprende ciò che l’arte significa, o come le sue radici debbono avere il suolo di una vita prospera e priva di ansie. Tuttavia bisogna ricordare che la civiltà ha ridotto il lavoratore ad un’esistenza così scheletrica e pietosa che egli quasi non sa come formare il desiderio per qualunque vita molto migliore di quella che attualmente è costretto a sopportare. E’ il compito dell’arte di porre il vero ideale di una vita piena e ragionevole dinanzi a lui, una vita nella quale la percezione e la creazione della bellezza, cioè il godimento del vero piacere, sarà sentita tanto necessaria all’uomo quanto il suo pane quotidiano, e che nessun uomo, e nessuna classe d’uomini, può esserne privato salvo che dalla mera opposizione, cui si dovrà resistere fino allo stremo.
(W. MORRIS, “How I became a Socialist”, in Centenary Edition, ed. by G.D.H. Cole, New York, 1942, p. 655-659)
Commenti
Si tratta, aggiungo, di un testo del 1894.
Chi vuole lo trova in inglese a questo indirizzo:
link
Si potrebbe dire che la speranza nel socialismo ha sostituito il pessimismo reazionario. Per te cosa è rimasto di pessimismo reazionario ?
"Per me cosa è rimasto di pessimismo reazionario"?
Eh???
Capisco che per te tutto è "pessimismo reazionario" in questo scritto.
Io non mi sono mai scaldato per Ruskin e Morris e tuttavia è bene esplicitare le parti dove più risalta questa componente reazionaria, perchè se ne possa discutere.
Tu hai messo in neretto la locuzione "odio della civiltà" che per te è paradigmatica.
Eppure una cosa interessante lui la dice, cosa che ne fa una persona più consapevole di quanto si possa pensare
"Forse qualcuno dei nostri amici dirà, che cosa abbiamo a che fare queste cose di storia e di arte? Noi vogliamo per mezzo della Social-Democrazia ottenere un decente tenore di vita, vogliamo in qualche modo vivere, e lo vogliamo subito. Certamente chiunque pensasse che al questione dell’arte e della cultura deve precedere quella del coltello e della forchetta (e ci sono alcuni che lo propongono) non comprende ciò che l’arte significa, o come le sue radici debbono avere il suolo di una vita prospera e priva di ansie. Tuttavia bisogna ricordare che la civiltà ha ridotto il lavoratore ad un’esistenza così scheletrica e pietosa che egli quasi non sa come formare il desiderio per qualunque vita molto migliore di quella che attualmente è costretto a sopportare."
In questa frase egli ipotizza che l'arte non sia un qualcosa di gratuito e aggiuntivo, ma qualcosa di coinvolto con la stessa vita materiale e dunque tale da poterla migliorare. Inoltre egli intuisce che la miseria di un certo tipo di esistenza può condizionare anche la struttura dei desideri (degli operai o dei poveri ad es.). Tale intuizione (propria anche di Marx) verrà ulteriormente sviluppata nel Sessantotto quando la formazione dei desideri e dei bisogni e il loro condizionamento sociale verranno esaminati (dalla sociologia francofortese e poi americana ) sfociando in una vera e propria critica della società dei consumi.
La reazione la vedo, ma non vedo il pessimismo. E' solo una forma di pensiero antiprogressista e anche anti-marxiana (socialismo reazionario, infatti). E' facile vederlo proprio quando Morris ravvisa nel progresso tecnico (la rivoluzione scientifica ed industriale), e nel mutamento dei modi di produzione che l'ha insieme causato e reso possibile, la fonte non già del miglioramento delle condizioni di vita della stragrande maggioranza delle persone, ma la causa del loro peggioramento. Quando parla di "civiltà", infatti, Morris pensa alla civiltà moderna. E' in questo - cioè nel porre in un passato idealizzato e astorico la sede del bene, della vita piena e autentica, contemporaneamente rifiutando di ammettere la realtà dei progressi che si stanno realizzando sotto i nostri occhi - che la posizione in discorso si rivela come reazionaria e anche antistorica (c'è poi tutto un altro discorso che riguarda la cultura democratica e di massa, in cui pure questa ed altre opere di Morris avrebbero un posto di spicco; solo che non c'è ragione di parlarne, perchè l'ha già fatto Raymond Williams molto meglio di me in questo libro: link).
E' un errore grave, che Marx dal suo canto non ha mai commesso.