Salari e produttività nel Boom
“Il fenomeno che caratterizza l’Italia degli anni Sessanta è rappresentato da un enorme, fantastico aumento della produttività. Nello stesso periodo, l’occupazione rimane stabile, mentre la forza lavoro continua ad aumentare. Questo significa che l’occupazione avrebbe dovuto, e potuto, crescere. Perché non lo ha fatto? Perché nello stesso periodo si realizza una enorme crescita del salario (deflazionato con l’indice dei prezzi al consumo), pari al 350 per cento (e ancora più rispetto a prezzi esteri in lire). E questo enorme aumento dei salari reali è dovuto in parte all’aumento della produttività, in parte a una spinta autonoma dei salari. Cresce la quota che il salario ha sul reddito nazionale; il salario cresce più della produttività e aumenta il costo del lavoro per unità di prodotto; questo fenomeno riduce il prodotto nazionale, diminuisce le esportazioni nette, diminuisce i profitti delle imprese, che sono una quota del reddito.
Ne consegue che, se il salario cresce più della produttività, le imprese devono accettare di ridurre i loro margini di profitto, il mark up, oppure devono aumentare i loro prezzi rispetto ai prezzi esteri, vale a dire rispetto ai prezzi dei loro concorrenti internazionali. L’alternativa si limita in sostanza a questo: le imprese o riducono il mark up, o riducono la produzione. In entrambi i casi, esse riducono il profitto. La soluzione più probabile e più opportuna è una combinazione delle due opzioni. Questo comportamento delle imprese porta a una riduzione dell’occupazione. Ed è esattamente ciò che in Italia avvenne a partire dal 1969. Prima lentamente, poi, dopo la prima crisi petrolifera, più violentemente.
L’Italia imbocca così un tunnel di inflazione continua, di disoccupazione crescente, e di crisi ricorrenti nella bilancia dei pagamenti. Da qui viene il tentativo di spiegare il tutto attraverso la spinta dei sindacati ad aumentare continuamente il salario reale e a inchiodare gli aumenti attraverso strumenti di indicizzazione sempre più rigidi e assoluti, fino alla scala mobile con recupero del 100 per cento dell’inflazione e oltre. Fissata la scala mobile, il rapporto W/P deve restare fisso, e W deve crescere insieme a P. Questo è lo scenario fino al 1975, quando accadrà ben di peggio.”
L’Italia imbocca così un tunnel di inflazione continua, di disoccupazione crescente, e di crisi ricorrenti nella bilancia dei pagamenti. Da qui viene il tentativo di spiegare il tutto attraverso la spinta dei sindacati ad aumentare continuamente il salario reale e a inchiodare gli aumenti attraverso strumenti di indicizzazione sempre più rigidi e assoluti, fino alla scala mobile con recupero del 100 per cento dell’inflazione e oltre. Fissata la scala mobile, il rapporto W/P deve restare fisso, e W deve crescere insieme a P. Questo è lo scenario fino al 1975, quando accadrà ben di peggio.”
(F. MODIGLIANI, Avventure di un economista, Bari, 2001, p. 223-224)
Commenti
Mi piacerebbe capire se questo fenomeno è stato influenzato dall'enorme differenza tra il nord e il sud Italia.
Anche perchè per esperienza personale, nel 1977, quando in teoria in base al discorso di Modigliani la situazione doveva essere al culmine della gravità, in Lombardia non si faceva minimamente fatica a trovare lavoro.
Un analisi che consideri anche le disomogeneità di tuti i parametri considerati sarebbe un poco piu realistica.
Vabbé, oggi dovremmo essere tutti felici, visto che i salari reali sono cresciuti circa del 5% circa negli ultimi 15 anni.
Etienne,
I salari reali sono cresciuti poco perche' e' cresciuta poco la produttivita'.
E' QUESTO che ci dovrebbe preoccupare...
Si hai ragione. Ma, a livello puramente intuitivo, non credo che i salari siano la ragione principale. Ragionamento da bifolco: perché in paesi come la Germania dove i salari sono più elevati, la produttività è maggiore? Forse salari e produttività non sono così strettamente connessi. Ragionamento da bifolco n.2: se i salari costituiscono (nella produzione, nei servizi incidono di più) circa il 20% dei costi fissi, perché una riduzione del 10% dei salari che si trasformerebbe in una diminuzione del 2% dei c.f. dovrebbe far mettere il turbo alle imprese?
Etienne, versmente l,esempio della Germania e' una CONFERMA
Della relazione tra salari e produttivita' (i salari crescono perche' cresce la P.).
Poi c'e' anche la possibilita, di una relazione ancora diversa (la P. Cresce PERCHE' crescono i salari), ma cmq la rela-one rimane.
Sui numeri che citi non saprei. Ma perche' dici che il lavoro sarebbe un costo FISSO? Non e' un costo variabile?
I salari sono un costo fisso, perchè non hanno una proporzionalità diretta con la produzione, e possono variare solo nel lungo termine, se la produzione si dimezza per qualsiasi motivo, l'utilizzo di materie prime si dimezza, ma non è certo possibile licenziare temporaneamente il personale in eccesso, e anche gli strumenti come la CIG non possono certo essere usati per compensare le oscillazioni del mercato, sarei comunque curioso di capire in base a quale meccanismo la produttività dovrebbe salire in conseguenza di un aumento dei salari, escludendo ovviamente il caso in cui si parta da personale denutrito che utilizzi tutto l'aumento di slario per nutrirsi decentemente e quindi abbia maggiore efficenza produttiva.....
c'è un altra oservazione da fare per Etienne: non è molto corretto usare i costi fissi come metro per capire i vantaggi della riduzione del costo del lavoro, in realtà la parte di fatturato che conta è il MOL, margine operativo lordo, chè l'unica cosa che può essere usata per pagare gli investimenti, ( indipendentemente dal fatto che questi siano stati fatti grazie a prestiti dalle banche o dalla quotazione in borsa ), dato che il MOL di un azienda manifatturiera sana varia dal 10% al 30% del fatturato, una riduzione del 10% del costo del lavoro comporta un aumento quasi pari delle possibilità di investimento.
Anche questo è un ragionamento da bifolco, ma spero sia comprensibile.
Uno dei problemi che riduce le possibilità di investimento e quindi di conseguenza la produttività, è la sattocapitalizzazione delle imprese italiane, che in gran parte sono famigliari e non vogliono quotarsi in borsa per non perdere il controllo assoluto sulle decisioni.
Questo è un male ( mancano i soldi da investire p cpstano troppo perchè le banche non ti regalano niente ) ma puo essere un bene ( se un impresa è nelle mani del proprietario è piu difficile che manager senza scrupoli la spolpino ).
Il mio dubbio è questo. Se è vero che i salari crescono con l'aumento della produttività o meglio con l'aumento del saggio di utile (perché in questo caso le OO.SS. hanno più voce per chiedere aumenti) la produttività invece aumenta con il diminuire dei salari?
Ovvero, la produttività può oscillare (almeno entro certi limiti) anche con salari costanti?
Mi sa che la seconda sia corretta. A occhio.
Non so, il ragionamento di M. mi lascia perplesso. Perché se va giù il profitto si riduce l'occupazione? Se, dopo un aumento dei salari (p.es. nuovo CCNL) io ho un saggio di profitto supponiamo del 10% anziché del 12%, perché dovrei essere indotto a ridurre il mio fatturato (supponiamo) da 100 a 90? Per guadagnare 9 anziché 10 insomma, salva l'ipotesi dei salari che annullano l'utile, se il margine scende, cercherò di aumentare il lavoro (e quindi la necessità di manodopera) non il contrario.
Che poi, dagli anni '80 la riduzione di personale sia stata venduta come la panacea di ogni crisi aziendale (con effetti talora grotteschi) questa è un'altra faccenda.
Il fatto che diminuiscono i profitti, in molti casi ( ovviamente non sempre ) riduce la possibilità di investire, in ricerca, in macchinari, in adeguamento e ottimizzazione degli impianti, e questo porta ad una riduzione della produttività, per una semplice applicazione del secondo pricipio della termodinamica, tutto cio che non progredisce non rimane fermo, ma regredisce.
@Pietro.
Non ho capito. Se il MOL è pari a Ricavi - (Costi fissi + costi variabili) e cioé prima delle imposte perché la riduzione di un costo fisso dovrebbe far volare il MOL? Supponiamo di avere C.F. 10, C.V. 80 e Ricavi per 100. Il MOL. se non ho capito male, è 10. Perché una riduzione del 10% dei costi fissi dovrebbe generare un incemento del MOL di più di 1? (non è una critica, proprio non ho capito ;-)
@pietro
Si ok, ma ciò non implica di per sé un calo di occupazione se non nel lungo periodo perché l'azienda non riesce più a reggere il mercato.
Perchè molto semplicemente se il fatturato è 100 e il MOL è 10 un aumento di 1 corrispone ad un aumento delle possibilità di investimento del 10%, il discorso è che un 1% di fatturato in piu disponibile per gli investimenti non è un inezia, può essere la differenza tra la vita e la morte di un impresa, questo ovviamente non puo essere generalizzato ma è sufficente che valga per il 50% delle imprese per avere un grosso impatto.
Una riduzione degli utili molte volte non puo essere pareggiata con un aumento della produzione, perchè quando gli utili si riducono mancano anche i soldi per l'acquisto delle materie prime, è un cane che si morde la coda.
Correzione: volevo scrivere il 5% delle imprese
"Ragionamento da bifolco n.2: se i salari costituiscono (nella produzione, nei servizi incidono di più) circa il 20% dei costi fissi, perché una riduzione del 10% dei salari che si trasformerebbe in una diminuzione del 2% dei c.f. dovrebbe far mettere il turbo alle imprese?"
Per rispondere da bifolco, innanzitutto premesso che sia vero che gli imprenditori tendono ad assumere fino a quando il prodotto marginale del lavoro dell'ultimo operaio assunto sia uguale al saggio di salario, una riduzione del saggio di salario (che è bloccato verso il basso) comporterebbe la crescita dell'occupazione.
In secundis, il 2% dei costi fissi non è una percentuale tanto irrisoria, se aggiungiamo che scenderebbero probabilmente anche i salari delle aziende che producono i semilavorati impiegati nel nostro processo di produzione, viene fuori una percentuale più ampia del 2% dei costi totali.
Terzo, ma non meno importante, si avrebbe una produttività maggiore, maggiore impiego, a minor costo per la collettività.
Etienne si chiede "Perché se va giù il profitto si riduce l'occupazione?"
Io credo che per comprendere ciò che dice Modigliani sia necessario osservareciò che accade "al margine".
Il saggio di profitto su un bene prodotto nel paese è decrescente. L'ultimo bene prodotto (marginale) conferisce all'imprenditore profitto "zero".
Il bene successivo non viene prodotto perchè genera una perdita.
Ebbene, se noi abbassiamo il saggio diprofitto l'asticella della convenienza nel produrre l'ultimo bene si abbassa e non conviene più produrre 100 beni ma 90.
In questo modo si spiega perchè l'occupazione cala al calare dei saggi di profitto.
Credo.
Da questo sito
si evince che dal 2001 la produttività totale è stata negativa
che nel decennio 1993-2003 la produttività totale è stata comunque di 0,57
con punte del 2,75 nel 1994 e dell'1,35 nel 2000
con una produttività del lavoro molto più alta (1,62) di quella del capitale (-0,57)
e con una redistribuzione al lavoro della produttività corrispondente solo ad 1/7 dell'aumento di produttività 1993-2001
Etienne, la produttività è un rapporto. Quindi può benissimo aumentare sia perché i salari diminuiscono, sia per altre ragioni. E può crescere sia più, sia meno, sia allo stesso tasso dei salari. Solo che, se cresce meno dei salari (ed è il caso di cui parla Modigliani), allora si riduce l'occupazione. Che non vuol dire necessariamente licenziare chi è già occupato (anche l'occupazione è un rapporto: tra gli ocuppati e la forza lavoro), vuol dire anche non assumere nuovi dipendenti o, al limite, non aprire una nuova impresa.
All'altra tua domanda ("Perché se va giù il profitto si riduce l'occupazione?") ha già risposto egregiamente colico.
Uhm... domanda da bifolco (stavolta un filino politicizzato) n.3.
Perché non proponiamo una riduzione dei costi delle materie prime?
Ovvero, perchè la riduzione del costo del lavoro dovrebbe essere la riduzione dei costi più importante è quella del lavoro? Ovviamente, qualsiasi riduzione dei costi sortirebbe i medesimi benefici. E allora perché tutta quest attenzione per una sola voce (per quanto importante) dei costi?
Etienne, credi che non ci abbiano già pensato?
Solo che il prezzo delle materie prime è determinato dai mercati.
Ciò che possiamo fare è agire sulle "regole" di quei mercati.
A questo servono istituzioni come il tanto vituperato WTO (ad esempio), il quale, secondo le accuse dei "no global" agisce per mantenere bassi i prezzi delle materie prime dell'occidente in questo modo affamando il terzo mondo.
In sostanza, il bifolco politicizzato (:o)) ci deve spiegare se preferisce sparare sul WTO perchè agisce per il male (affamare i poceri) o per il bene (alzare il prezzo delle materie prime in occidente).
Cosa ne dici?
Oggi colico è in gran forma. :-))
L'altro giorno c'era Pietro che si chiedeva come potesse la produttività crescere a seguito di un aumento dei salari. Be', è la teoria dei salari di efficienza (v. qui)
Pensatoio,
il testo che hai linkato mostra, pur tra tante incongruenze, una correlazione stretta tra andamento della produttività e dei salari. Anzi dimostra che nel 2000-3, periodo in cui la produttività cala, gli stipendi reali crescono, sia pur di poco (+0,6% operai, +0,9%impiegati).
E dice giustamente l'IRES che il problema dell'Italia è appunto la produttività, che non cresce ed è la più bassa d'Europa.
@Colico. Ok, regole di mercato. E perché il prezzo del lavoro dovrebbe essere sottratto alle regole di mercato? Cioé perché si dice che bisogna trovare delle regole per contenere il prezzo del lavoro e non quello, che so, del ferro?
Il fatto che i salari sono rigidi verso il basso non dipende da arcane macchinazioni politiche, ma semplicemnete dal fatto che le imprese non ritengono conveniente affrontare una guerra epocale con le OO.SS. Anzi, appena i sindacati fanno "buh" i padroni mettono la coda tra le gambe. Anche quando non c'é alcun bisogno e la battaglia sarebbe perfettamente sostenibile.
Sicché la vera domanda è: perché si pretende un intervento politico per contenere il prezzo del lavoro e non un intervento politico per contenere il prezzo del ferro?
Una curiosità: che c'entra il WTO? Fin quando il WTO serviva a tenere i prezzi delle materie prime basse ha funzionato; adesso che i poveracci lo stanno rigirando contro noi ricconi chissà perché il WTO è molto meno trendy.... con gran rabbia di Giordano e C. che non sanno bene con chi sfogare i loro succhi biliari manifestamente eccedenti le esigenze di una corretta digestione. ;-)
La teoria dei salari di efficenza se ho ben capito dice solo che le imprese sono spinte a pagare di più il personale piu capace e competente, se cercassero solo personale al minor prezzo possibile rischierebbero di trovarsi con una banda di mentecatti.
Quindi in alcuni casi c'è una correlazione tra i salari piu alti e la produttività.
Ma solo perchè l'imprenditore quando trova personale piu efficente lo paga meglio; dire che l'aumento della produttività è na conseguenza dei salari piu alti comporterebbe che se pago di piu un incapace, questo lavora meglio, e a me sembra una boiata.
No, la teoria dice che se paghi di più qualcuno questo (a certe condizioni) avrà più incentivi ad impegnarsi sul lavoro.
Se poi ti sembra "una boiata", pazienza.
Etienne,
le "regole" ci sono anche per il ferro. Così come ci sono per il lavoro (il minimo salariale è una di queste regole, per es.).
Ma trattandosi di mercati diversi ci sarà bisogno di regole diverse.
Etienne, non ho capito bene le tue obiezioni.
Chi chiede un intervento politico per tenere bassi i salari?
Non ho sentito nessuno (neppure confindustria) chiedere l'abolizione dei ontratti collettivi di lavoro.
Convengo con te, peraltro, che il contratto collettivo di lavoro (e le regole sullo sciopero) sono una visosa eccezioni alle regole del mercato.
Le ragioni di queste eccezioni sono da rinvenire nel fatto che storicamente si è accertata una offerta di lavoro tale che il prezzo del lavoro stesso lasciato alla semplice concorrenza si assesta su un valore ritenuto iniquo.
Se la stessa cosa si possa dire del ferro o del rame o del latte vaccino non saprei, ma a lume di naso mi paiono mercati piuttosto diversi.
In sostanza, tu cosa proporresti per abbassare il prezzo delle materie prime?
@Colico. L'unico senso del discettare del "problema" salari troppo alti mi pare essere quello di chiederne un abbassamento. Mi dirai: ma nessuno l'ha detto. Ok, salvo che l'unica ragione rinvenibile del discorso è questa, sicché mi pare che il discorso sia un entimema.
Avrei anche dei dubbi al fatto che un CCNL sia una eccezione alle regole del mercato. Il fatto che i lavoratori si consorzino (si associno in OO.SS.) per trattare meglio non esce dalla logica della domanda e dell'offerta. Il prezzo del lavoro si assesta su valori iniqui non perché lasciato alla libera concorrenza, ma perché il singolo non riesce a trattare efficacemente. Un sindacato contro un padrone fa un trattativa paritaria e, in questo senso "libero concorrenziale".
Per abbassare il prezzo del latte vacccino? Credo che l'unico modo per abbassare il prezzo del latte come di ogni altra cosa sia un provvedimento di calmieramento dei prezzi, provvedimenti che, come noto, funzionano assai poco e producono disastri notevoli.
No, etienne. Tutto parte da un brano di Modigliani che dice che l'aumento della disoccupazione in un certo periodo è dovuto ad una eccessiva crescita dei salari reali.
Nessuno si sogna di dire che i salari dovrebbero scendere (né, per quanto mi consta, i- qualcuno l'ha mai detto, ii- è mai successo). Questa è la 'ragione del discorso'.
Il lavoro è un 'bene' particolare (Polanyi e altri direbbero che non è una 'merce' e quindi non si puà lasciare al mercato), e anche il 'mercato' del lavoro è un mercato peculiare. Una fra le più importanti di queste peculiarità è che ci sono asimmetrie e questo comporta (secondo molti) che è un mercato nel quale un intervento pubblico è necessario e opportuno. Il che, tra l'altro, avviene effettivamente.
Su resto che dici in merito al calmieramento dei prezzi concordo.
Mi sembra una boiata perchè dopo 25 anni di lavoro come caporeparto in diverse realtà produttive, penso di sapere come funziona il mondo del lavoro.
La boiata non sta nel dire che tra salari alti e produttività ci sia un rapporto.
Sta nel confondere una correlazione con un rapporto causa-effetto.
Trovo anche che l'idea stessa che un aumento di stipendio possa causare un maggior impegno sul lavoro ha come inevitabile sottointeso che il normale lavoratore dipendente è un lavativo che fa il minimo indispensabile, senza interesse per il proprio lavoro.
Il che non è assolutamente vero e anche abbastanza offensivo.
La realtà è molto piu complessa.
E la teoria dei salari di efficienza serve appunto a suggerire che la realtà è un tsntino più complessa del tradizionale modello di economia del lavoro.
Solo che non si limita a dire che "la realtà è più complessa", o che "dopo X anni di esperienza penso di sapere come vanno le cose", ma prova ad integrare il modello tradizionale con alcuni elementi in più.
E' così' che funziona la ricerca scientifica.
A quanto mi risulta le teorie economiche non possono dirsi scientifiche.
Le teorie economiche sono pseudoscientifiche:
negli ultimi 100 anni hanno sbagliato tutte le previsioni, e una scienza che non sappia fare previsioni sui risultati di un esperimento è poco piu che astrologia....
Io non pretendo di mettere in discussioni teorie su aggregati di dati economici.
Ma so bene , perchè i risultati concreti me lo confermano, cosa incentiva le persone a lavorare meglio.
Perchè se la teoria cerca di spiegare, io purtroppo devo ottenere risultati tangibili.
E dato che li ottengo, e quando non li ottengo per impedimenti estranei alla mia volontà lo capisco con notevole anticipo, in questo piccolo e ristretto caso la mia conoscenza è più scientifica di molte teorie astratte che non considerano la realtà della psiche umana.
I lavorati non si consorziano. Sono i sindacati e lo Stato ad assumere che esista un c.d. patto non scritto. Personalmente non ho mai dato nessuna delega ad Epifani. Nonostante ciò, Epifani e la sua pletora di burocrati hanno pieni poteri sulle trattative del _mio_ contratto di lavoro.
Si potrebbe provare a cambiare prospettiva, e a guardare al CCNL come la violenza di tanti su pochi. L'unica motivazione che riesco a rintracciare nella rigidità dei salari verso il basso è l'impedire a chi (e pare ce ne siano se con tanta veemenza si contrattano 33 euro di aumento)è disposto a lavorare per salari più bassi di farlo.
Quindi, io, più che di consorzio, parlerei di "trust" bello e buono. Si, è una situazione ricorrente nel mercato e tutto fuorchè anomala. Tuttavia fatico un pò a credere che sia invidiabile.
Auspicabile, non invidiabile.
Primo, l'economia "prevede" un sacco di cose.
Secondo, la scienza non si riduce affatto a 'previsione'. La matematica non 'prevede' un bel nulla, ma è ciononostante una scienza.
La tua 'conoscenza', in quel 'piccolo e ristretto caso', è proprio il contrario della scienza.
La tua non è un'idea nuova: lo Sherman Act, la legge antitrust USA, all'inizio fu applicata quasi solo contro i sindacati dei lavoratori.
Solo che di queste noiose intemerate contro i sindacati ("pletora di burocrati", "violenza di tanti su pochi", ma pensa un po') sinceramente non si sente molto la mancanza.
Concordo pienamente con kk.
Gianluca, non ti piacciono i sindacati?
Iscriviti, candidati, fai quel che serve a cambia le cose!
Chi credi faccia un buon sindacato, una legge?
Etienne: "L'unico senso del discettare del "problema" salari troppo alti mi pare essere quello di chiederne un abbassamento".
No, etienne, ti sbagli di grosso, altro non chiedo che l'innalzamento dei salari.
Semplicemente mi chido come ottenerlo, invece che limitarmi a rivendicarlo.
Il fatto che debba avere una maggioranza favorevole per riappropriarmi del _mio_ lavoro è un fatto singolare e curioso.
Io non voglio cambiare il sindacato, voglio che funzioni secondo le regole del mandato. Non ho l'ultravisione e i contratti invisibili non fanno parte dello spettro di fenomeni che riesco a percepire.
Scusatemi la limitatezza sensoriale.
Ora però io vorrei indagare un aspetto, cosa differenzia il sindacato dagli ordini professionali?
"Avrei anche dei dubbi al fatto che un CCNL sia una eccezione alle regole del mercato. Il fatto che i lavoratori si consorzino (si associno in OO.SS.) per trattare meglio non esce dalla logica della domanda e dell'offerta".
Ti sbagli anche in questo caso.
Sarebbe vero se i CCNl valessero solo per gli iscritti alle associazion che li sotoscrivono.
In realtà, i minimi salariali (attraverso un meccaniscomo giuridico difficile da spiegare in poche righe) sono di fatto efficaci erga omnes.
Questo significa che in determinati modi iene fissato un prezzo minimo valido per chiunque.
E questa è l'eccezione per eccellenza alle regole del mercato.
Laudate dominum
Gianluca, se vuoi capire qualcosa del sindacato, lascia perdere i contratti invisibili, le regole del mandato, le limitatezze sensoriali e chiedi a Colico.
Il _tuo_ lavoro è tuo e nessuno te l'ha rubato, tantomeno il sindacato. Tranquillizzati.
Le differenze tra un sindacato e un ordine professionale sono millanta.
Però l'Ires dice anche che
1)La produttività del lavoro è stata più alta di quella del capitale
2) che i dividendi dell'aumento di produttività tra 1993 e 2000 sono stati redistribuiti a favore del capitale
3) che il problema non è solo dell'aumento di produttività totale, ma anche della produttività intesa nelle sue componenti
Il testo di Modigliani è ambiguo:
nell'ultima parte sembra considerare semplicistica la tesi che riporta i problemi ad una dinamica salariale autonoma dagli incrementi della produttività, ma nella prima parte sembra invece avallare questa ipotesi.
Anche nei paesi dell'est i sindacati sembrano voler proporre un raddoppio dei salari, per consentire ad es. agli operai di comprare le auto che producono.
Forse negli anni Sessanta in Italia i processi sono stati analoghi.
Di grazia, da millanta una o due?
Attendiamo trepidanti colico.
Colico, ci fai "capire qualcosa" del sindacato?
Da millanta una o due che vuol dire? Che ne vuoi almeno qualcuna? Ti accontento subito.
Differenze giuridiche: i sindacati sono enti di diritto privato, gli ordini no; l'adesione ai sindacati è libera, quella agli ordini no; di sindacati ce ne sono tanti, di ordini uno solo (per ciascuna professione); ecc.
Poi ci sono le differenze economiche, ma vista la tua ricca informazione in materia, magari le conosci già.
I toi tre punti che evinci dalle slides dell'IRES non contraddicono affatto il discorso di M. (che io non trovo affatto ambiguo).
Se i 'processi' nell'Europa dell'Est sono davvero quelli, allora determineranno le stesse conseguenze (inflazione e disoccupazione). Non mi sembra un gran viatico, no?
Gianluca, ti leggo inutilmente provocatorio.
Non ho nulla da "far capire". Per me puoi tenerti le tue convinzioni.
Se hai domande, però, sarò lieto di risponderti, ammesso che sia in grado di farlo, nel pomeriggio.
Io non voglio essere inutilmente provocatorio. Pare che nessuno voglia affrontare il nodo fondamentale del sindacato: il sindacato tratta per tutti senza averne mandato.
Questo inevitabilmente si traduce nella sottrazione del potere di contrattare per il proprio lavoro. E' una situazione accettabile per la maggioranza dei lavoratori (si noti, spesso quelli già impiegati)? Non mi interessa. E' una situazione inaccettabile per chi potrebbe essere impiegato con un saggio di salario x-1 e invece si trova disoccupato in virtù del salario fissato arbitrariamente a x.
L'adesione al sindacato è spontanea? Non aderire non cambia la mia situazione personale, devo lavorare secondo il tariffario imposto dal sindacato. Ce ne sono tanti? ibidem. Il mio problema non è il sindacato in se. Adesso, senza toccare i diritti guadagnati, con lotte e resistenze, dalla classe operaia, organizzarsi diversamente per chi entrerà da ora in poi nel mondo del lavoro, fa rivoltare le budella?
Colico, non volevo essere polemico, seriamente. Mi aiuteresti a capire in che modo il sindacato tutela l'interesse generale degli abili al lavoro (occupati o no)? Perchè secondo me i primi a pagare l'assurdità del CCNL sono i lavoratori stessi.
Io credo che sono processi inevitabili.
Certo potranno dar luogo ai problemi evidenziati, ma questi non si affrontano tornando indietro o non lottando per salari più alti.
Ci vogliono soluzioni nuove, che non si sono ancora trovate.
Gianluca, bando alle polemiche sterili, tu poni un problema serissimo: la rappresentatività del sindacato.
Non credere che la questione non sia sul tavolo. Se ne è discusso alla costituente (lasciamo da parte il ventennio) e la soluzione che venne trovata è rimasta (per fortuna?) del tutto inapplicata.
Da allora il dibattito non si è mai spento. Giudici e teorici si sono arrovellati attorno alla questione.
La politica e il legislatore repubblicano invece se ne sono occupati piuttosto di rado affrontando, peraltro, solo questioni particolari (la rappresentanze aziendali, ad esempio), ma mai intervenendo dettando regole sull'efficacia dei contratti collettivi.
Ciò premesso mi pare utile descrivere (molto sommariamente) lo stato delle cose in proposito.
Semplificando in modo piuttosto brutale possiamo dire che, dopo un vivacissimo susseguirsi di pronuncie contraddittorie negli anni 70 e 80, le cose ad oggi stanno in questo modo.
Le associazioni datoriali e i sindacati rappresentano (teoricamente) solo i loro iscritti, dunque (teoricamente) i minimi salariali fissati dal CCNL obbligano solo i datori di lavoro iscritti alle associazioni datoriali firmatarie dei contratti.
Tuttavia, l'art. 36 della costituzione stabilisce che la retribuzione deve in ogni caso essere "sufficiente a garantire al lavoratore ed alla sua famiglia un'esistenza libera e dignitosa".
I Giudici hanno ritenuto dipoter usare i contratti collettivi di lavoro come paramentro per dare attuazione al dettato costituzionale dunque hanno stabilito che la retribuzione minima di cui all'art.36 cost. è, appunto, quella dei CCNL.
Per questa via i minimi salariali fissati dai CCNL divengono, di fatto, efficaci per tutti.
fine della prima puntata
No, Pensatoio, nulla del genere è inevitabile. Ma quel che ci vuole, per evitarlo, è proprio ed esattamente quello che in Italia ormai non esiste più: la politica. E che chiaramente non ci sarà mai, se aumenti salariali al passo con la produttività vengono definiti "tornare indietro" e se insomma torna in auge la cara vecchia "variabile indipendente".
Grazie colico. Ora però, dato che è entrata in ballo la Carta Costituzionale, allargherei un pò il discorso. L'art.36 garantisce diritti indisponibili?
In questo contesto storico ti sembra che stiamo parlando di salario come variabile indipendente e non della difesa dei salari dall'inflazione o di una migliore redistribuzione delle variazioni di produttività qualora ci siano (cosa che dal 1993 al 2000 non c'è stata )?
Credi che si ha voglia di volare così alto ?
Certo che mi sembra, pensatoio. Sei tu che ne parli. Se la produttività non sale e tu chiedi comunque degli aumenti salariali, stai trattando appunto ed esattamente i salari come una "variabile indipendente".
Alla tua boutade sulla "difesa dei salari dall'inflazione" manco rispondo (hai letto le tabelle dell'IRES, che hai linkato, sì o no? E allora hai visto, sì o no, che a crescere, nel periodo 2000-2003, sono stati i salari reali? Ti pare che, se a crescere sono i salari reali, ci sarebbe bisogno di proteggerli dall'inflazione?)
Gianluca, a certe condizioni e con determinate forme i diritti di cui all'art.36 possono essere oggetto di negozi abdicativi (i.e. ci si può rinunciare) così come a tutti gli altri diritti esistenti in capo al lavoratore.
Ma in questo modo si cambia discorso, io credo.
Il problema che tu poni è quello della rappresentatività sindacale.
In sostanza, tu dici, i rappresentati dal sindacato possono fissare condizioni sconvenienti per chi rappresentato non è (ed è già successo, ti assicuro, anche con modalità vistosissime!).
Ma è un problema difficilissimo da risolvere poichè togliere al sindacato il potere di fissare un minimo valido per tutti lascia scoperti i più deboli (ad esempio i dipendenti delle piccole aziende).
Io non vedo altra soluzione efficace se non quella di una riforma "dall'interno" del sindacato.
Ad esempio, il tasso di adesione al sindacato dei giovani è bassissimo. Bisogna che ci si renda conto che è necessario far sentire la propria voce, senza sperare che le cose cambino per generosità di altri.
Io ho detto solo che la redistribuzione dei dividendi della aumentata produttività tra 1993 e 2000 è stata iniqua e non rispecchiante le diverse produttività del lavoro del capitale.
Quanto all'aumento dei salari reali, a vedere i grafici hai ragione.
Ma la mia esperienza dei rinnovi del ccnl mi dà sempre l'impressione che negli anni scorsi la differenza tra inflazione programmata ed inflazione reale non sia quasi mai stata del tutto colmata.
Su questo però non sono certo.
Al momento in rete non ho trovato molto.
Uno dei motivi della bassissima adesione dei giovani al sindacato per quel che vedioio, è l'eccessivo coinvolgimento nella attività politica ( in senso di impegno in ben definiti partiti politici ) di molti sindacalisti, e nell'evidente carrierismo, che porta molti dirigenti sindacali in posizioni di potere politico.
Se il sindacato viene visto da molti solo come un mezzo per entrare nei meccanismi del potere politico e non come impegno reale nella soluzione dei problemi del mondo del lavoro non puo certo guadagnarsi la fiducia dei piu giovani, che non entrano certo in un mondo del lavoro come quello di 50 anni fa.
Insomma è il sindacato che deve guadagnarsi la fiducia dei giovani, ritornando alle radici di difensore dei diritti dei lavoratori.
Per esempio molti si chiedono che cosa aveva a che fare con la difesa dei lavoratori l'esclusiva che era stata data ai CCAF dei sindacati per la compilazione dei modelli 730 , per cui l' Italia è stata condannata per aiuti di stato, oppure che utilità hanno tutti i sindacalisti che siedono nei consigli di amministrazione dei fondi pensione, quando poi i soldi dei fondi in realtà sono semplicemente gestiti da SGR di banche popolari politicamente vicine?
Si possono criticare simili osservazioni come superficiali, ma se il sindacato non si rinnova profondamente, e non si rende conto che è nella fiducia degli iscritti e non nel collateralismo politico la sua vera natura, non potra fare altro che perdere peso nella società.
Pensatoio: l'attuale disinformazione definisce inflazione l'aumento dei prezzi di un paniere teorico, e non quella che ne è in realtà la causa.
" L'inflazione è l'aumento continuo del livello generale dei prezzi determinato da un aumento abnorme della massa monetaria in circolazione. Il medio circolante aumenta oltre i limiti rappresentati dai bisogni degli scambi generando così un aumento persistente dei prezzi dei beni. Durante un conflitto bellico, ad esempio, i governi, non potendo fronteggiare le crescenti spese pubbliche con corrispondenti entrate fiscali, fanno emettere banconote dalle Banche centrali generando così un'esuberanza dei mezzi di pagamento rispetto ai beni disponibili (inflazione finanziaria). Oltre che dai conflitti bellici, l'inflazione può essere alimentata anche da un'eccessiva creazione del credito da parte del sistema bancario."
In questo momento l'inflazione calcolata è tenuta probabilmente bassa dai beni a basso costo provenienti dalla Cina.
Ma dal punto di vista monetario, ho il sospetto che le cose siano meno tranquile.....
Scriveva Keynes:
"Un governo - perfino il governo tedesco o il governo russo -- può vivere a lungo della carta-moneta che stampa; cioè può, con questo mezzo, procurarsi delle risorse reali -- risorse tanto reali quanto quelle ottenute con le imposte. Il metodo è da condannarsi, ma la sua efficacia, fino a un certo punto, deve essere riconosciuta. Un governo può vivere con questo mezzo quando non può vivere con nessun altro. E' la forma di tassazione cui è più difficile sottrarsi, e che perfino il più debole dei governi può imporre, quando non può imporre altro." da "La riforma monetaria" Milano, Feltrinelli, 1975
Grazie colico, tuttavia continuo a faticare nell'individuare chi è impiegato con il più debole. Qualcuno è ancora fuori dal mercato e per entrarvi è costretto ad un patto di non concorrenza con chi è stato più fortunato di lui in precedenza. Come nei migliori trust.
Per favore, Pietro. L'inflazione è l'aumento dei prezzi, punto. E' il contrario della disinformazione, è la definizione corretta di un fenomeno. Se non credi a me, credi almeno a Sergio Ricossa che la definisce proprio così nel Dizionario di economia.
Quali che siano le cause di quel fenomeno, pare chiaro, nevvero, che le cause del fenomeno non sono (non possono essere) il fenomeno stesso. Prova ad applicare la tua singolare teoria all'alta marea, e vedi un po' che guazzabuglio ne ricavi.
Infine, mi sembra che per essere uno che dice di non fidarsi delle teorie economiche, hai parecchie certezze (alcune delle quali, magari, non proprio tanto solide).
"Uno dei motivi della bassissima adesione dei giovani al sindacato....ecc"
Balle, balle, balle!
Il sindacato E' ciò che i suoi iscritti vogliono che sia.
Se sei un lavoratore hai due sole scelte: o ti dedichi al sindacato rinunci a lamentartene.
CGIL CISL e UIL son piene di vecchi che difendono (giustamente) i loro interessi.
I giovani si diano una mossa o subiscano.
Chiaramente, l'anonimo sono me.
L'aumento dei prezzi è l'inflazione, i numeri che si ottengono dalla manipolazione del paniere un poco meno, è sulla scarsa affidabilità del paniere ISTAT che ho qualche dubbio.
La disinformazione sta nel considerare solo l'aumento "ufficiale" dei prezzi, nascondendone la causa principale in modo da incolpare il commerciante o l'industrale delle colpe del banchiere centrale.
Se noti c'è un virgolettato nella definizione di inflazione, e quindi nella tua grande scienza dovresti spiegarmi in che cosa è sbagliata.
Il dizionario De Mauro dice :
diminuzione del potere d’acquisto dell’unità monetaria e conseguente rialzo dei prezzi.
Quindi in italiano corrente il tasso di aumento dei prezzi di un paniere è solo un metodo di calcolo dell'inflazione, non il fenomeno in sè.
Il paragone con l'alta marea mi sembra regga perfettamente, le merci a basso prezzo cinesi potrebbero essere come un diga che impedisce alla massa monetaria di travolgere tutto.
A parte questo io non ho certezze ho solo opinioni, che però tu di solito nella tua immensa cultura non ti permetti mai di giudicare nel merito, evidentemente pensi sia tempo sprecato, se è così eviterò ulteriormente di annoiarti con osservazioni poco in linea con i tuoi testi sacri.
Colico:
Nell'azienda per cui lavoro c'erano varie persone interessate ad impegnarsi nel sindacato, alcune intelligenti, dotate di senso critico e capacità di analisi, e altre opportuniste, di limitata intelligenza, e molto ambiziose, quali pensi siano state scelte dai sindacati confederali per le elezioni delle RSU?
Il sindacato è al momento è quello che vogliono i suoi dirigenti, non è possibile fare attività sindacale senza essere graditi alle sue gerachie.
Pietro, mi sembra che tu stia leggermente sbracando. Nessuno fa sfoggio di "cultura", qua dentro; però si cerca di essere precisi. D'accordo?
L'ISTAT ha la funzione di misurare l'inflazione (cosa che fa benissimo, e se la pensi diversamente, avanti, argomenta- non è che basta dire "ho qualche dubbio", sai), non quella di dare la colpa a qualcuno. Mi sembra che qui l'unico che da' le colpe qua e là sei proprio tu.
Per il resto: quello del paniere è un metodo per misurare l'inflazione, non è l'inflazione. Quindi è inutile che mi citi il De Mauro come se mi stessi confutando: io ho detto la stessa cosa che dice il De Mauro, sei tu che ne hai detta una diversa.
Quanto al delirio sull'alta marea e la Cina, che dire? Meglio tornare a bomba, direi, visto che l'inflazione qui l'ha tirata in ballo Pensatoio ed è chiaramente un OT. D'altronde, a che pro parlare della Cina e del suo effetto sull'inflazione, visto che, data la (a tuo dire) inattendibilità dell'ISTAT, non siamo nemmeno in grado di quantificare l'inflazione? E' come parlare del sesso degli angeli.
"Il sindacato è al momento è quello che vogliono i suoi dirigenti, non è possibile fare attività sindacale senza essere graditi alle sue gerachie".
Dunque, pietro, cosa si fa?
Come proponi di uscirne?
Suggerisci lo scioglimento della triplice per legge?
Non sono domande provocatorie, sono sincere.
C'è chi ha scelto la via della creazione di sindacati concorrenti a sinistra (cobas, comu ecc) e a destra (sinpa ecc) ma mi pare che anche i nuovi soggetti soffrano di problemi simili se non peggiori.
ops, mi è partito il post tronco.
Ma la sostanza c'è tutta dunque va ben così
Io non suggerisco niente, penso solo che il sindacato confederale se non cambia finirà per essere un inutile organismo burocratico, e a quel punto se ne potrà fare a meno.
Il problema è molto piu del sindacato che dei lavoratori.
Perchè alla fine sono i lavoratori che troveranno il modo di associarsi, di lottare e di fare i propri interessi, se il sindacato non si mostrarà degno di rappresentarli semplicemente o cambierà o morirà.