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Incomunicabilità

“La conturbante esperienza d’esser tagliati fuori non già soltanto dalle opinioni, ma dall’intera esperienza di vita  di una larga parte dei propri contemporanei è invero tipica delle società democratiche moderne. In questi giorni di universale celebrazione del modello democratico, può sembrare disdicevole soffermarsi sulle manchevolezze riscontrabili nel funzionamento delle democrazie occidentali. Ma proprio lo spettacolare e tonificante crollo di certi muri richiama l’attenzione su altri che rimangono intatti, o sulle spaccature che si approfondiscono. Tra queste, ve n’è una frequentemente osservabile nelle democrazie più avanzate: la sistematica mancanza di  comunciazione tra gruppi di cittadini, come ad esempio liberali e  conservatori, progressisti e reazionari. E da questa mancanza di comunicazione deriva un isolamento reciproco di questi grandi gruppi che sembra a me più preoccupante dell’isolamento degli individui anomici nella <<società di massa>>, su cui hanno tanto insistito i sociologi.

Curiosamente, la stabilità e il corretto funzionamento di una società democratica ben ordinata dipendono dal fatto che i suoi cittadini si schierino in pochi (idealmente due) grandi gruppi nettamente delimitati, che professano opinioni differenti sulle questioni politiche fondamentali. E può facilmente accadere che un muro intervenga a separare questi gruppi (in tal senso, la democrazia genera ininterrottamente i suoi propri muri). E, siccome il processo si autoalimenta, a un certo punto ciascun gruppo – in un orizzonte di mutuo sconcerto, e spesso di mutuo rigetto – porrà riguardo all’altro la domanda: <<Ma com’è possibile che siano diventati così?>>.

Intorno alla metà degli anni Ottanta, quando questo studio fu iniziato, era certamente questa la maniera in cui molti liberali (incluso chi scrive) guardavano alla trionfante ascesa del movimento conservatore e neoconservatore. Una reazione a questo stato di cose consisteva nell’indagare la mente, o la personalità consevatrice. Ma questo tipo di attacco frontale (...) mi sembrava poco promettente: esso era destinato non solo ad allargare la crepa, ma a conferire ad un avversario demonizzato un fascino indebito. Di qui la mia decisione di tentare un esame <<freddo>> di fenomeni di superficie: il discorso, le argomentazioni, la retorica, considerati storicamente e analiticamente. Da questo studio, sarebbe emerso che il discorso è foggiato non tanto da basilari tratti di personalità, quanto, puramente e semplicemente, dagli imperativi dell’argomentazione, in una maniera quasi completamente indipendente dai desideri, dal carattere o dalle convinzioni dei partecipanti. Mettere in luce queste servitù avrebbe forse giovato ad alleggerirle, e per questa via a modificare il discorso e a ripristinare la comunicazione”.

(A. O.HIRSCHMAN, The Rhetoric of Reaction. Perversity, Futility, Jeopardy, trad. it. Retoriche dell’intransigenza. Perversità, futilità, messa a repentaglio, Bologna, 1992, p. 7-8)

Commenti

L'impero retorico di Perelman ..... vabbé, mi metto a cercare Hirschman... (ti odio quando mi costringi a modificare l'ordine delle letture programmate ;-) )

etienne64 | 18.07.07 19:54

Desolato.
:-))

KK | 18.07.07 20:19

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