La nascita della controcultura
Questa recensione la faccio a puntate. Il libro di cui intendo parlare (J.HEATH e A.POTTER, The Rebel Sell. How the Counterculture became Consumer Culture, Southern Gate Chichester, Capstone, 2006) è strapieno di idee intelligenti e una recensione unica sarebbe troppo lunga.
Kurt Cobain, il leader dei Nirvana, si suicidò nel 1994 perché era lacerato tra la sua vocazione di punk rocker e il suo enorme successo. Nel suo modo di vedere, chi aveva successo in musica si era “venduto”, era diventato mainstream. Non riusciva a tollerarlo e così si uccise.
In un certo senso, Cobain “fu la vittima di un’idea falsa-l’idea di controcultura” (p. 15). La cosa non sarebbe così importante, dicono H&P, se fosse confinata al solo mondo della musica; ma “sfortunatamente, l’idea di controcultura è diventata così profondamente intrinseca nella nostra comprensione della società da influenzare ogni aspetto della vita sociale e politica. Ancor più importante, è diventata la base concettuale di tutte le politiche contemporanee di sinistra. La controcultura ha quasi completamente soppiantato il socialismo come base del pensiero politico radicale”(p. 17).
Naturalmente, l’idea che l’artista si debba porre in contrapposizione alla società è antica, risale almeno al romanticismo. Ma “gli scopi degli attivisti e dei pensatori politici radicali nel XVIII e XIX secolo non era di eliminare il gioco, ma di livellare il campo (.. ) Lo scopo era di far rivoltare il popolo contro i governanti. Ma nella seconda metà del XX secolo, la politica radicale fece una significativa svolta (...) Invece di trattare le masse come un alleato, il popolo cominciò ad essere considerato, sempre di più, come oggetto di sospetto. Presto, il popolo – cioè, la società ‘mainstream’ – arrivò ad essere visto come il problema, non la soluzione. Mentre i grandi filosofi dell’Illuminismo avevano tuonato contro l’’obbedienza’ come una disposizione schiavile che promuove la tirannide, i radicali cominciarono a vedere il ‘conformismo’ come un vizio assai più grave” (p. 20). Questa è l’origine della controcultura.
Si sa che le ‘rivoluzioni borghesi’ del XVIII secolo avevano sostituito una classe dominante con un’altra. Ma c’era una differenza: che mentre il dominio dell’aristocrazia era fondato su vincoli giuridici, di status, il dominio della borghesia era fondato su rapporti contrattuali volontari: “il dominio di classe esistente nelle società capitaliste sembrava avere un carattere interamente volontario” (p. 21): Questo ovviamente incuriosì gli studiosi. “Se le condizioni [di vita] erano così terribili, perché le classi lavoratrici le tolleravano? I socialisti rivoluzionari cominciarono a sostenere che i lavoratori dovessero semplicemente assumere il controllo delle fabbriche (...) Eppure le classi lavoratrici erano sorprendentemente riluttanti a far ciò. Questo richiedeva una spiegazione” (p. 21). La spiegazione la diede Marx, con la sua critica dell’ideologia. I lavoratori sono vittime di una illusione (il ‘feticismo della merce’, l’’alienazione’, ecc.) che da’ alla struttura economica capitalista l’apparenza illusoria di qualcosa di ‘naturale’ ed immodificabile. “Era necessario ‘radicalizzare’ i lavoratori prima di poterli organizzare – attraverso la coltivazione della coscienza di classe. Ciò significava liberarli dalla presa dell’ideologia borghese” (p. 22).Ma la classe lavoratrice si rivelò “una terribile delusione. Piuttosto che agitarsi per la distruzione rivoluzionaria del capitalismo, i lavoratori tendevano a concentrarsi piuttosto su guadagni incrementali, come salari più alti e cure mediche” (p. 22). Per il marxismo, occorreva ancora un po’ di coscienza di classe: prima o poi, i lavoratori avrebbero capito. Ma man mano che passavano gli anni, la cosa divenne sempre meno plausibile. Perfino l’estensione del suffragio non ebbe i risultati che la classe dominante paventava: i lavoratori non usarono i loro voti per togliere la prorpietà ai borghesi: “i lavoratori votarono per le riforme, non per la rivoluzione” (p. 23). E dopo la Rivoluzione d’Ottobre, era difficile credere ancora nell’alienazione e nel feticismo della merce. Chi poteva più pensare al capitalismo come qualcosa di natuale, visto che in URSS era stato eliminato? Ma, allora, come spiegare la “passività delle classi lavoratrici europee e americane?” Onde evitare di dover ammettere che ai lavoratori, per caso, il capitalismo potesse piacere, i teorici marxisti cominciarono a lavorare più a fondo sulla teoria dell’ideologia. Gramsci, per es., sostenne che la ‘falsa coscienza’ era instillata nei lavoratori dall’’egemonia culturale’della borghesia. Bisognava, quindi, “creare una nuova cultura” (p. 24). Solo che, all’inizio, semrbava diffiicile crdere che una élite potesse perpetrare una simile frode su così larga scala.
Finché non arrivò il nazismo. Questo dimostrò cosa potevano fare i mezzi di comunicazione di massa per determinare non solo false illusioni, ma positivamente convinzioni pazzesche, in un intero popolo. Nel dopoguerra, in America si diffuse una vera e propria isteria per la propaganda, dalla paura per il ‘lavaggio del cervello’ aille leggende metropolitane sui ‘messaggi suboliminali’ (p. 26-27). Il risultato fu che “nel dopoguerra, sembrò a molti nella sinistra che una spiegazione per la mancanza di agitazione rivoluzionaria nelle classi lavoratrici fosse da trovare in manipolazioni di questo tipo... I beni di consumo erano divenuti il nuovo oppio dei popoli (...) Ai Marxisti, sembrò che la pubblicità fosse non solo la promozione di beni specifici, ma propaganda per il sistema capitalista. Creava quello che venne chiamato ‘consumerismo’- un tipo di pensiero conformista di gruppo trasmesso attraverso i mass media” (p. 28). Questo diede nuovo impeto alla teoria gramsciana dell’egemonia.: “All’improvviso, l’idea che l’intera cultura fosse un sistema di ideologia cominciò a sembrare plausibile. Dopo tutto, i tedeschi avevano subito un vero lavaggio del cervello da parte dei Nazisti. Perché non anche noi?” (p. 29).
Così, ben presto “il conformismo divenne il nuovo peccato cardinale della nostra società” (p. 31). Ciò che occorre, è “fuggire dal conformismo E per farlo, occorre rigettare la cultura nella sua interezza. Bisogna fondare una controcultura - basata sulla libertà e l’individualità” (p. 32). Secondo T. Roszak (che rese famoso il termine “controcultura”, “la società intera era divenuta un sistema di completa manipolazione, una ‘tecnocrazia’”. Nulla di meno di un rifiuto totale poteva funzionare: la sinistra tradizionale era così vista come un agente del nemico (p. 32) “Le preoccupazioni tradizionali della sinsurra, come la povertà, gli standard di vita e l’acesso alle cure mediche, cominciarono a esser considerate ‘superficiali’, in quanto mirano solo alla riforma delle istituzioni. La controcultura, invece, è interesstaa a quel che Roszak chiama ‘la liberazione psichica degli oppressi’ Così l’hipster... viene visto come un più proofjondo critico della società moderna che non l’attivista dei diritti civili che si dà da fare ad iscrivere elettori nelle liste, o la femminista che si attiva per emendamenti alla Costituzione” (p. 32)..
In effetti, la critica tradizionale al capitalismo (anche marxista) era che esso sfruttava i lavoratori, cioè li privava di beni materiali (l’’impoverimento del proletariato’). In questo contesto, c’è un paradosso. Il capitalismo andava rovesciato, secondo i marxisti, perché non forniva abbastanza beni ai lavoratori. Dire che i lavoratori si sono ‘venduiti’ e che l’abbondanza di beni materiali è un oppio che li rincretinisce, impedendogli di vedere i loro VERI interessi, è un po’ come dire a un bambino che, se gli date qualcosa da mangiare, questo in realtà non lo nutre, ma placa solo la sua fame così da dimenticarsi di averla. “La critica del consumismo arriva peericolosamente vicino a criticare il capitalismo perché soddisfa troppo i lavoratori. Sono così sazi, che non possono più occuparsi di andare a rovesciare il sistema. Ma allora si pone la domanda: ma PERCHE’ dovrebbero volerlo fare?” (p. 33). Di fatto Roszak diceva che i lavoratori (nei moti di Parigi del 1968) erano un alleato inaffidabile per gli studenti francesi...
Inoltre c’è il rischio di prendere semplicemente gli interessi di classe di intellettuali e studenti (liberare l’immaginazione, trovare una ‘nuova semplicità di vita’) e di imporli al resto della popolazione. “Il problema di presumere che tutti siano vittime di un’ideologia totale è che diviene impossibile determinare ciò che potrebbe contare come prova pro o contro questa tesi” (p. 33).
Alla fin fine, i lavoratori non sembravano così interessati a liberare la loro immaginazione. Il che fa supporre qualcosa di terribile: che ai lavoratori il capitalismo piace, che il capitalismo non ha fallito nel soddisfare i “bisogni più profondi” della gente, perché questi “bisogni più profondi” non esistono.
E c’è ancora di peggio: la ribellione ‘controculturale’ non ha prodoto alcun risultato concreto: non ha galvanizzato il proletariato, curato l’ingiustizia, eliminato la povertà o fermato la guerra; né il sistema ideologico sembra granché turbato dagli “atti di ribellione”. La prima generazione di hippies fece tutto quel che poteva per violare i codici di abbigliamento: ma ben presto tutti questi nuovi modi di vestire cominciarono a comparire nella pubblicità e nei negozi. “Il ‘sistema’ sembrava considerare gli hippies non come una minaccia all’ordine stabilito ma piuttosto come un’opportunità commerciale. Il punk rock fu ricevuto nella stessa maniera” (p. 34).
Come spiegarlo? Il sistema non era affatto sconvolto. Questa era una seria critica al controultura. Ma qui giunse un’idea geniale: quella della cooptazione. Il sistema cerca di assimilare la resistenza appropriandosi dei suoi simboli, svuotandoli del loro contenuto ‘rivoluzionario’ e poi rivendendoli alla gente come prodotti di consumo. “Solo quando questo tentativo iniziale di cooptazione fallisce, allora l’aperta repressione compare, e la ‘violenza inerente del sistema’ si rivela “ (p. 35). In questo modo, la teoria della controcultura diviene una ‘ideologia totale’, immune alla falsificazione, in cui OGNI apparente eccezione in realtà conferma la regola.
Da generazioni ormai, i ribelli controculturali fanno musica, arte, letteratura, abiti “sovversivi”, e le università sono piene di idee “sovversive”- e tuttavia il sistema sembra tollerarli abbastanza bene. Forse che il sistema non è repressivo? Al contrario, è ancora più repressivo in quanto è così abile con la cooptazione! Marcuse nel1965 chiamò questa peculiare repressione “tolleranza repressiva” (p. 36): un eloquente ossimoro.
Commenti
Mioddio! Tutti organici al sistema, senza via di scampo. Gran bel post. Grazie.
in omaggio a cobain :-(
http://www.youtube.com/watch?v=kPQR-OsH0RQ
Per un caso (?) fortunato questa tua cosa, KK, appare in contemporanea con una analisi di Pensatoio sulla 'crisi di Rifondazione', ed in particolare della "rifondazione della cultura comunista italiana".
Egli afferma che questa rifondazione avrebbe dovuto 'ispirarsi a Marx con delle istanze progettuali come la riduzione dell'orario di lavoro e il reddito di cittadinanza'. Ora, il riferimento a Marx in relazione a queste due particolari 'istanze progettuali' è la "sussunzione del plusvalore relativo", cioè l'appropriazione da parte del capitale del valore generato dall'aumento di produttività del lavoro A PARITA' DI SALARI REALI. L'idea è che quel valore 'sussunto' dal capitale dovrebbe invece essere 'tempo liberato' per l'ozio creativo, o corrispondentemente 'salario di cittadinanza' che consentirebbe il libero esercizio dell'ozio creativo.
Quel che non funziona in questa cosa è ovviamente la clausola "a parità di salario reale": la teoria del valore, e quindi del plusvalore, è *la* cosa di Marx che NON funziona. Il riscontro della storia è che gli aumenti di produttività sono aumenti dei salari reali, e dunque non c'è sussunzione del 'plusvalore' relativo.
E dunque si direbbe che la teoria dell'"ozio creativo" abbia molto più a che fare con la storia che fai tu della 'controcultura' che con Marx. Ed è precisamente per questo che la controcultura del '77 era essenzialmente ANTI-marxista.
No wonder, direi, che il progetto di Rifondazione di 'rifondare la cultura comunista in Italia' sia in crisi!
Dunque ecco la 'contradizione' (per usare il gergo): per 'noi' il sociale è lo Stato che si occupa di tutto in modo che noi possiamo occuparci di NOI, mentre per i marxisti il sociale è 'noi' che ci occupiamo dello Stato.
Vogliamo assolutamente che lo Stato si occupi di produrre e di distribuire tutto, ma singolarmente troviamo che persino il legame affettivo con Pinco o Pallina rischi di essere una 'struttura castrante' limitante del nostro ozio creativo.
Ed ecco realizzata la più capitalistica divisione del lavoro: per ventisette fichetti che oziano creativamente ce ne sono ventisettemila che si occupano dei dettagli più sordidi, come guidare un autobus. La distinzione, très anti-culturelle, è fra i ventisette che sono degli aristocratici individualmente irriducibili, e la 'massa' di 'uomini medi'.
Insomma, aveva ragione Psolini.
Pippi: questo mi interessa. Cosa esattamente di Pasolini? Che intendi con "aveva ragione"? Vuoi spiegarmi, s'il te plaît?
:)
Pippi ti riferisci a questo articolo?
http://www.filosofico.net/Antologia_file/AntologiaP/Pasolini_01.htm
Secondo me pippi parlava del pasolini di vallegiulia.
In efftti l'articolo citato da pietro ricorda più il pasolini regista, francamente quello meno convicente.
Arrivo ora, scusate.
Sì Colico, mi riferivo al Pasolini di Vallegiulia, quello del "io sto con la polizia". L'ho sempre trovato di un'attualità sconcertante.
Vi va di spiegarmi, per favore? Io non conosco Pasolini... Please?
Allora Francesca, il 1 marzodel 1968 a Valle Giulia (Roma) ci furono degli scontri tra gli studenti e la polizia. Gli studenti occupavano dal febbraio la sede della Facoltà di Architettura, sita di fronte al Museo d'Arte Moderna a Villa Borghese (Zona Valle Giulia, appunto, alle pendici dei Parioli). Il 29 febbraio (anno bisesto anno funesto), la polizia sgombrò la facoltà, e così il 1 marzo 4000 studenti marciarono da Piazza di Spagna alla Facoltà di Architettura per liberarla dalla polizia. E ci furono scontri violenti (che videro protagonisti, tra gli altri, il regista Pietrangeli, Giuliano Ferrara e Oreste Scalzone).
Il fatto fu commentato da Pasolini, che scrisse una poesia, eccola: http://www.pasolini.net/poesia_ppp_pciaigiovani.htm.
Pasolini parlò di "fascismo della sinistra", schierandosi dalla parte della polizia perchè sosteneva che i poliziotti sono i figli dei poveri, mentre gli studenti occupanti sono figli della borghesia arrogante e benestante (del resto la Facoltà di Architettura romana era d'èlite). Ci fu polemica nel PCI, che allontanò lo scrittore, ed una nuova presa di coscienza dei valori della sinsitra.
Insomma, in poche parole qualcosa di molto simile alla tua (giustissima) anamnesi sui 27 borghesucci vs i 27000 che si fanno il cu*o.
La poesia di pasolini era ben più lunga della porzione che si trova al link indicato da pippi, ma non risco a trovare la versione integrale.
Io non credo affatto che il pensiero di pasolini abbia molto a che fare con quel che intede dire kk o francesca nel post sopra.
Pasolini aveva un trasporto intellettuale verso la povertà, verso l'analfabetismo.
Considerava i proletari "belli" in quanto incorrotti, veri, spontanei (v. articolo citato da Pietro, ad esempio).
Di questo si trova ampia traccia anche nella poesia di vallegiulia e trovo sia a mille miglia dal pensiero di francesca o di kk.
Certo, nella poesia in questione vi è anche la sollecitazione a misurare le conseguenze dei propri comportamenti. L'esortazione ad essere capaci di "scegliere il tempo" (il pci andava criticato dieci anni fa, e non importa se non eravate ancora nati). E soprattutto si trova uno sguardo davvero acuto su quei ragazzi (Siete paurosi, incerti, disperati ma sapete anche come essere
prepotenti, ricattatori e sicuri), purtroppo svilito da quel "benissimo"....
Son io l'anonimo.
Rubo questo post a Erasmo, perchè mi sembra abbastanza in tema (tra virgolette il brano tratto da Liberazione, il non virgolettato è di Erasmo):
E' davvero singolare l'incomprensione di Pasolini da parte della sinistra marxista. Non lo capirono da vivo, ancor meno lo capiscono da morto. Fino a rivalutare le povere tesi di Moravia nei suoi dibattiti con Pasolini. Ecco un brano di Renzo Paris apparso non molto tempo fa su Liberazione, prendendo lo spunto da un articolo di Galli Della Loggia: si noti l'intimazione a "contestualizzare" Pasolini, mentre tale imperativo non vale per Moravia (lui sì che vedeva lontano). E' chiaro che l'esortazione a "contestualizzare" vuol dire: adesso ne sappiamo di più. Ma io mi ricordo benissimo che questi erano gli stessi giudizi espressi quando Pasolini era vivo.
"Ora occupiamoci della sinistra. La morte di Pasolini aprì una nuova stagione. Laura Betti e il sottoscritto costruirono il suo archivio e la Betti divulgò il verbo pasoliniano, portandolo anche in India. Iniziò la santificazione del poeta sia come vittima dei poteri forti che come vittima dell’ambiente omosessuale che aveva sempre assiduamente frequentato. Mi sono battuto contro quella santificazione scrivendo un articolo sull’Espresso in cui sostenevo che le tesi di Moravia sulla società italiana erano di gran lunga più avanzate di quelle pasoliniane. Moravia aveva scritto che l’Italia aveva bisogno di fare fino in fondo la rivoluzione industriale e i suoi mali venivano proprio da questa imperfezione mentre il mondo agropastorale pasoliniano era finito tutto in mafia. Ricordo un lettore di una casa editrice inglese che nei primi anni Settanta mi disse che Pasolini non trovava un editore in Inghilterra, che aveva fatto la rivoluzione industriale alla fine del Settecento e ragionava su altri mali. Secondo Galli della Loggia l’uomo della sinistra di oggi, dimenticandosi di Pasolini, avrebbe accettato tutte le rivoluzioni della modernità, compresa quella immateriale e globale, adeguandosi ai tempi, pigramente rivolto alle coperture ideologiche del passato, che ne facevano un minoritario duro e puro. Insomma se si vuole ammodernizzare il paese come Berlusconi, perché differenziarsi da lui? Io trovo davvero stupefacente che un editorialista come Galli della Loggia non si renda conto che Pasolini va contestualizzato, che è morto quando i canali televisivi erano due, non c’era internet e gli extracomunitari se li andava a cercare esteticamente in Africa. Pasolini come lo definì Moravia, era un paleomarxista evangelico. Galli della Loggia vorrebbe una sinistra paleomarxista e evangelica? Oppure tutta dentro il mondo degli squali della finanza internazionale, accanto a Bush per sempre, in Iraq e altrove, contro i sindacati e magari contro le tasse e i lavoratori ostili alla velocità dei guadagni, tutti a senso unico in questo paese? La vorrebbe con famiglie di dieci figli, fedeli a se stessi per l’eternità? Certo la sinistra oggi ha molte anime, ma dov’è quella apertamente consumistica, conservatrice e magari codina? Certo i tempi del paleomarxismo erano rassicuranti e anche quelli di chi con la parola “rivoluzione” nel cervello non aveva visto la realtà del nostro paese, ma oggi perché volere una sinistra appiattita ai poteri forti, indistinta dalla Cdl. Non è che a Galli della Loggia la sinistra proprio non gli va, sia con le coperture ideologiche, sia senza quelle, a volte, senza dubbio, accecanti coperture?"
No, aspettate. Ovvio che ci sono delle differenze importantissime, ma quello che volevo sottolineare è che Pasolini è stato il primo, credo, ad aver notato in quale direzione si stesse spostanto-erroneamente- l'ideologia definita "marxista" (che poi di marxista aveva ben poco).
Insomma, i borghesi si scagliavano contro i "proletari", per l'appunto i figli dei poveri, come i poliziotti, facendosi portavoce della sinistra, che in realtà con loro aveva poco da spartire.
Francesca parla invece, partendo dallo spunto fornito da Pensatoio, di "ozio creativo" e plusvalore, asserendo (a mio avviso giustamente) che senza innalzare la produttività viene a mancare la conditio sine qua non per avere un salario adeguato e quindi l'ozio creativo è irrealizzabile ( a meno che uno non decida di morire di fame.. o non sia ricco di suo).
Ovviamente erano gli anni Settanta, un periodo di passaggio, ma credo che Pasolini oggi avrebbe molto da dire.
(Ma qui si torna forse al dibattito già sistenuto da Ardbeg e KK).
Visto che sono stato chiamato indirettamente in causa, vorrei dire la mia.
Non mi pare che Pasolini abbia trattato di plusvalore e di produttività. Lui vedeva nel marxismo una spiegazione compiuta -diciamo definitiva- della società e della storia, e, essendosi imbattuto in certe mutazioni epocali, si preoccupava di farle rientrare nell'alveo della sociologia marxista. Perciò ridefinì il capitalismo come il potere che spinge al consumismo (a dire il vero, parlava di "nuovo fascismo", ma per lui era lo stesso) e che, per prosperare, trasforma i proletari in piccoli borghesi consumatori. Ciò che lo scandalizzava era che, per questo, si stava stravolgendo la cultura dei proletari e soprattutto dei sottoproletari, e in questa chiave ridefiniva lo sfruttamento.
Credo che, invece, gli fosse estranea la speculazione sulle evoluzioni del concetto di plusvalore, come pure la tematica di produttività e ozio, cui si fa riferimento qui sopra.
Io non ho mai detto che Pasolini parlasse di plusvalore et similia, quello è un post di Francesca, che però mi ha fatto riflettere su come il Pasolini di Villagiulia avesse -antelitteram- ravvisato un problema ideologico nella sedicente sinistra giovanile.
Spero di essermi spiegata.
Certo Pippi, mi stavo riferendo a quell'altro commento. D'altra parte, questo non è un forum dove si possano indirizzare visivamente le risposte.
Ah, ok.
Scusa.
:-)
Erasmo ha le sue ragioni.
E le ragioni di erasmo mostrano l'inconciliabile distanza tra il pensiero di Pasolini e quello che qui si propone.
Il "nuovo fascismo" di pasolini è parente molto stretto della "tolleranza repressiva" di adorno.
La differenza è che l'uno si duole del "sistema" che corrompe la genuinità del proletario trasformandolo in qualche cosa (il consumatore) di più governabile e "conforme", mentre il secondo si lamenta del fatto che il "sistema" riesce a trasformare in conformismo tutto ciò che di "rivoluzionario" incontra.
Entrambi però, hanno un'idea precisa di ciò che "dovrebbe essere" il proletario e si rammaricano del fatto che il proletario proprio non voglia adeguarsi ai loro desiderata.
Il fatto che Pasolini non parlasse di plusvalore, peraltro, rappresenta il suo limite più vistoso.
Non è infatti chiaro come ci si possa dire marxista glissando sull'argomento
Sempre io l'anonimo
Pasolini non è più qui a spiegarcelo, ma credo che risponderebbe che lui non confuta la teoria del plusvalore: semplicemente la ritiene compatibile con la sua analisi. La ritengo compatibile anch'io, per quanto questo possa valere.
Infatti, è per quello che ho pensato a Pasolini. Perchè ci sono delle affinità nella linea di pensiero.
Grazie!
Ora cerco di spiegarmi.
1) "il reddito di cittadinanza" è una roba di cui si discute, pro e contro, ANCHE nell'ambito dell'economia 'liberale'. Dunque NON è una conseguenza logica del marxismo o di una sua parte (la faccenda della sussunzione del plusvalore relativo). Non sto dicendo che non la si possa esaminare come misura 'marxista', ma dico che che non è quella una 'istanza' che possa rifondare "la cultura comunista in Italia". Dico di più: lo stesso vale per cose come 'copyleft' o 'microcredito'. Questo significa - secondo me - che la crisi della "cultura comunista in Italia" sia ben più seria, e sia altrove.
2)E sta secondo me nell'abolizione del marxismo. NON dei 'risultati' del marxismo, ma sei suoi presupposti filosofici, logici, metodologici: di ciò che per l'appunto 'passa' nella cultura quando anche non passi in misure particolari di politica economica. Per fare un esempio di quello che intendo: è' come se fosse sparito Galileo Galilei dalla fisica. Non la sua teoria delle maree o la sua equazione della catenaria, che sono 'sbagliate', ma il metodo sperimentale.
3-Questa cosa è fondamentale, secondo me, perchè la crisi della sinistra è una crisi della democrazia, alimenta la crisi della democrazia, ANCHE se non si fosse 'di sinistra'.
4-Secondo me non è il marxismo ma il "situazionismo contro-culturale" che alimenta oggi la sensibilità 'di sinistra' , e secondo me QUESTA è la 'crisi'. Il 'salario di cittadinanza' per favorire l'"insorgenza": questi sono, secondo me, GESTI contro-culturali (contro-consumisti), che non hanno NULLA di marxista ma TUTTO di 'situazionista'.
5-Se l'anti-consumo viene 'recuperato' dal 'capitalismo' è perchè esso è ESSENZIALMENTE recuperabile: è consumo esso stesso, è perfettamente compatibile con il 'capitalismo', ed è in fatti NEL capitalismo che si *pratica* la contro-cultura, fino a diventare una produzione ("beni di relazione") perfettamente ordinaria. Questa è la tesi del libro rispetto, ad esempio, a Nirvana. Nirvana può cantare la contro-cultura quanto gli pare: così facendo produce 'cultura'. Potete tagliarvi i capelli come vi pare; dieci e poi diecimila stilisti, ne fanno una produzione indutriale, e così facendo innovano in senso perfettamente capitalista (e meno male). (Stessa cosa per i giornali. Mi domando se PER CASO non avvenga lo stesso con altri 'lifestyles', e per esempio se il matrimonio fra omosessuali, o la sensibilità per l'ambiente, siano idee che compaiono precisamente GRAZIE a questo meccanismo 'di innovazione', che dunque non è per forza diabbbolico, e non CONTRO di esso).
Per esempio: nel saggio 'fondante' del situazionismo (La societé du spectacle, G. Debord) la frase di apertura del Capitale di Marx:
"la ricchezza delle società nelle quali regna il modo di produzione capitalista si annuncia come un'immensa accumulazione di merci"
è rovesciata in:
"Tutta la vita delle società nelle quali regnano le condizioni moderne di produzione s'annuncia come una immensa accumulazione di spettacoli".
C'entra qualcosa? (mi chiedo?). Per esempio: il comitio del 1 maggio diventa un concerto del 1 maggio....
Non capisco, Erasmo, come stanno insieme queste due affermazioni:
"Non mi pare che Pasolini abbia trattato di plusvalore e di produttività"
"Pasolini non è più qui a spiegarcelo, ma credo che risponderebbe che lui non confuta la teoria del plusvalore: semplicemente la ritiene compatibile con la sua analisi".
Non lo capisco perché non conosco Pasolini, ma mi piacerebbe che tu mi spiegassi, per favore.
Ciao a tutti. Ho poco tempo, perciö mi limito a dire:
-->Kriss: No, il punto e´ che il "Sistema" (nel senso "anticulturale") NON esiste
-->Pippi, Colico, Francesca e gli altri: onestamente, su Pasolini (che e ormai il prezzemolo di ogni minestra "di sinistra") ci sarebbe molto da dire. Cmq, non solo non e´affatto un critico della cotnrocultura, ma pur con tutti i suoi meriti, secondo me porta non poche repsonsabilita´nell´´aver trasformato quello che era un discorso sulle cose in una mera contemplazione dell ´ombelico.
(per Francesca)
Non so se riesco a spiegarmi in modo sintetico. Pasolini non era un economista: perciò non discettava di plusvalore. Era però, in senso lato, un sociologo. Inoltre, era marxista come lo erano e lo sono tanti, attratti in primis dalla prospettiva classista. Funzionale a questa prospettiva è il concetto di sfruttamento, che poggia, fra l'altro, sulla teoria del plusvalore. Il plusvalore è un concetto che afferisce in primis ai rapporti economici che si costuiscono nei sistemi produttivi, ma che, con analogia non troppo stiracchiata, può essere esteso a tutti i rapporti socio-economici nei quali si abbia la sottrazione di valore da parte dell'attore più forte, a danno del più debole. Generalizzato sulle classi sociali, il concetto, non so bene se in modo rigoroso, prende il nome, generico appunto, di "sfruttamento". Normalmente il marxista un po' meno scientifico parte da qui, dando per scontata la teoria economica che sta dietro. E Pasolini partiva, mi pare, da qui. Individuava nuove forme di sfruttamento, che, anzichè fondarsi su rapporti di produzione, cominciavano a fondarsi su rapporti di consumo. E' chiaro che per produrre i beni oggetto del consumo qualcuno li deve produrre: ma ciò che più interesava a Pasolini era l'induzione al consumo, perchè, a differenza dell'altra forma di sfruttamento, questa portava una voluta mutazione nella cultura del proletario e sottoproletario. Non dobbiamo poi dimenticare che la parte oggi dimenticata della teoria marxista (dimenticata perchè più manifestamente fallace) ipotizzava un progressivo depauperamento di strati sempre più ampi della popolazione, come conseguenza della progressiva concentrazione del potere economico. Direi che Pasolini avesse compiuto un salto un po' intellettualizzante, dando a questo depauperamento una valenza culturale.
Messa in termini un po' grezzi, la reisposta alla tua domanda è quindi: Pasolini pensava che nei modi di produzione permanesse il prelievo di plusvalore, ma che a questo si fosse aggiunto (aggiunto, non sostituito)un nuovo fenomeno, che completava lo sfruttamento dei proletari, ma nel loro ruolo di consumatori.
Però, detta così, sembrerebbe che Pasolini fosse un po' arcaico come visione. In realtà credo fosse il contrario. Diciamo che, come succede a tanti che sono ideologicamente irremovibili, ragionava perfettamente finchè analizzava la società italiana. Quando cercava di far rientrare per forza il risultato delle sue speculazioni nella gabbia marxista, si allontanava dalla realtà. Del resto, capita spesso a tutti noi di testimoniare questo fenomeno: io, per esempio, sento fare discorsi laicissimi a certi miei conoscenti: poi, come per incanto, me li inseriscono in prospettive trascendenti, e a me cadono le braccia.
(per KK)
Non sono d'accordo. Prima di tutto, Pasolini guardava tutt'altro che l'ombelico. La sua analisi della società dei consumi è ancora la più attuale. Diverso è il discorso sulla sua piena comprensione da parte della sinistra italiana. Del resto, negli ultimi e più fecondi anni della sua vita, le polemiche più forti furono contro la sinistra ufficiale, cioè il PCI.
Erasmo, ti ringrazio.
Ho solo pochi minuti ma spero di poter contiunare.
Ma c'è una cosa che voglio dire subito: il punto in Marx è precisamente che lui non si limita a dire 'osservo lo sfruttamento', o lo condanno, o lo denuncio. Lui studia COME ESATTAMENTE funziona questo sfruttamento.
Ora, proprio quel che dici, proprio la parte che dici 'dimenticata' perché manifestamente fallace, proprio quella è la smentita della teoria del plusvalore relativo. Ma non è questa la cosa importante. Il problema non è aver 'dimenticato' questo o quel risultato, fallace o no. Il problema propriamente di cultura è aver abolito questo: di un fenomeno come lo sfruttamento si STUDIA il suo FUNZIONAMENTO.
Sansa di que resta la 'denuncia' dello sfruttamento, ma questa denuncia è anche per esempio, nella Chiesa.
E per riprendere il tuo pensiero finale - ma non sono sicura che lo intendi come me - non c'è da stupirsi se certi 'laici' ti appaiono clericali. Succede quando si esamina la 'laicità', come lo sfruttamento, soltanto da come si manifesta e non da come FUNZIONA. Stessa cosa per la pace, per la democrazia, anything.
E dunque questa 'crisi' della cultura di sinistra non è 'crisi' della teoria del plusvalore o della nozione di alienazione: è crisi dei FONDAMENTI della sinistra, di quella cosa viva del marxismo che è la domanda: COME FUNZIONA concretamente, nella storia?
(per Francesca)
Beh, credo che tu sia più preparata di me sulla questione del plusvalore. Tuttavia, potrei spingermi a fare un'osservazione. In senso statico, la teoria non mi sembra così debole: esiste ed è esistito il fenomeno di sottrazione del valore. La debolezza su cui tu ti soffermi è semmai la mancata involuzione verso forme sempre crescenti di sottrazione, da parte del capitalista.
Noi abbiamo assistito a questo fenomeno a partire dagli anni sessanta: gli operai e gli imprenditori si sono azzuffati sulla spartizione della torta, ma intanto qualcun altro scappava con la torta. Tutto l'abnorme sviluppo di intermediazioni parassitarie, a partire dalla crescita della spesa improduttiva della pubblica amministrazione, può, a mio parere, essere vista come una gigantesca, generalizzata e anonima sottrazione di valore alla parte produttiva del paese. In modo confuso, la sinistra italiana se n'è accorta quando ha cominciato a parlare di cuneo fiscale. Il rimedio ipotizzato, naturalmente, è assimilabile al salasso per curare un anemico. Tuttavia, se ci fermiamo all'analisi del fenomeno, ci accorgiamo che erroneo non è il concetto, ma l'individuazione del soggetto colpevole di sottrazione del valore. Per riportarci al tuo ragionamento iniziale, quando Rifondazione sostiene che gli aumenti di produttività non si sono convertiti in maggiore reddito reale dei lavoratori, dice una cosa vera. Bisogna però vedere a chi sono andati quei soldi. Sospetto che, in larga misura, siano andati non al padrone, ma alla parte improduttiva e parassitaria della società. Ragion per cui, il guaio della sinistra italiana mi pare che sia il seguente: si schiera dalla parte dei non-produttori, cioè dei nuovi sfruttatori. Del resto, che Ichino sia nel mirino la dice lunga.
Erasmo, sei un affezionato del prof. De marchi? :o)
Comunque, sarebbe interessante verificare (usando il metodo dimenticato, per usare le parole di francesca) che la tua teoria sia fondata.
Non saprei, però da dove cominciare.
Qualcuno ha un'idea?
Erasmo,
scusami se insisto su una cosa che ritengo importante:
-non sto discutendo se 'esiste ed è sempre esistita la sottrazione del valore', se esiste una cosa che chiami "l'induzione al consumo", se la 'produttività non si è tradotta in aumento dei salari reali' o 'dove sono finiti questi soldi'. Non sto crecando di eluderle queste cose e anzi se ne hai voglia e se KK è interessate le esamineremo in lungo e in largo (per es: il 'salario reale' NON si misura in 'soldi': questo è il significato in economia dell'aggettivo 'reale'. La 'produttività' NON è quanto 'intensamente' si lavora in un'ora ma quanto valore si produce in quell'ora, e così via). Magari non saremo mai d'accordo, o forse si, quien sabe?
Per me è molto più importante questo: che si sia 'preparati' o non preparati, che si arrivi a questa o quella conclusione, quel che conta NON è la conclusione ma il fatto che CI SI DOMANDI COME FUNZIONA concretamente, nella storia. Si può restare di opinioni differenti ma accordarsi in un senso profondo, almeno 'umano', sul fatto che si cerchi di capire come funziona.
Per esempio: dici che Pasolini poteva lasciare inespresso il termine 'plusvalore' riconducendolo a quello più generale di 'sfruttamento'. Eh bien, questa che appare una operazione 'innocente' è invece un'operazione CONCRETAMENTE attiva nella cultura, in un senso che per me è riduzione di profondità, di contenuto di realtà, e alla fine di umanità.
Un 'cattolico' potrebbe 'ricondurre' con lo stesso meccanismo tutto alla 'Perdita dei Valori'. Questa cosa è -credo- determinante. E' la crisi non del marxismo o della sinistra ma della cultura politica, della cultura di sinistra.
Non ce l'ho purtroppo qui con me ma ho in mente un testo di Lukàcs raccolto in un volume che si intitola appunto "Politica Culturale e Marxismo" nel quale lui, negli anni '60!! descrive proprio questo processo di 'riconduzione', di banalizzazione e alla fine di sclerotizzazione del marxismo. Lo descrive come pretesa di ricondurre immediatamente (cioè non-mediatamente) ogni fenomeno particolare all'intera costruzione di Das Kapital, e definisce questo 'settarismo'.
Dunque paralogismi come a)"Marx descrive lo sfruttamento come appropriazione del plusvalore", b)"osservo sfruttamento", dunque c)"c'è appropriazione del plusvalore". O anche peggio: DEFINISCO l"induzione al consumo come sfruttamento", poiché in Marx lo sfruttamento è appropriazione del plusvalore, allora l'"induzione al consumo" è appropriazione del plusvalore.
Appena lo trovo ti citerò il passo, se vuoi.
Dunque ripeto: non voglio rompere con la mia 'preparazione' (non posso impedirmi di aver studiato Marx: nessun economista può ignorarlo tranne che nella 'sinistra radicale' italiana:)), né con il plusvalore (a meno che non interessi). Mi preme la sparizione dalla cultura di sinistra dell'analisi di come funzionano le cose.
Ciao!
Errata corrige
che = se
come dire: "io non so se la teoria sia fondata"
A me pare che la banalizzazione dell'analisi sia in effetti un guaio della sinistra italiana. Non possiamo tuttavia dimenticare che le differenze di opinioni e ideologiche permangono anche fra chi approfondisce. Ne deduco che non sia un problema soltanto di rigore metodologico. Aggiungo che poi quello che conta, fuori delle stanze dove si discute, è la visione politica. Noi non possiamo pensare che prendere posizione sia riservato a pochi esperti. Se la sintesi politica non è accessibile ai più, dobbiamo ripensare seriamente il concetto stesso di democrazia.
Mi spiego: il fallimento del marxismo non è decretato dalla debolezza della teoria, ma dalla debolezza delle applicazioni. Ciò che conferisce autorevolezza alle tue parole non è -se non ti spiace- il loro nitore logico, ma l'essere supportate dagli avvenimenti del secolo XX. Specularmente, la carenza di analisi che tu lamenti nella sinistra italiana è tale perchè non tiene conto dell'evidenza empirica. Quest'ultima è accessibile a tutti.
Il caso che stiamo considerando è quello di un'analisi concreta, anzi pragmatica, della società italiana che è convincente al di là dei presupposti ideologici da cui partiva l'analista. La ragione per cui la sinistra ufficiale non concordava era principalmente utilitaristica, ciò è a dire il rifiuto aprioristico della possibilità di arrivare a certe conclusioni. Non è quindi in questione la bontà logica della teoria del plusvalore, quanto l'uso che ne veniva/viene fatto.
-->Francesca: certo che e´interessante, e bisogna parlarne!
-->Erasmo: non dicevo che Pasolini fosse uno che si guardava l´ombelico, ma che porta alcune responsabilita´per la trasformayione (che abbiamo sotto gli occhi) della sinistra in un gruppo di persone che e´appunto convinta che la contemplayione del proprio ombelico possa SOSTITUIRE l´analisi dei fatti´. Responsabilita´non grande, perche´ fino a tempi recenti obiettivamente nessuno si e´mai filato Pasolini, e oggi la "controcultura" e´saldamente stabilita nella sinistra italiana, senya che Pasolini ci abbia avuto niente a che fare. Ma i discorsi che faceva Pasolini, benche´ di origine alquanto diversa, erano al fondo molto simili a quelli della "controcultura". E lo si vede anche dall´uso che tu ne fai ("induzione al consumo", trasformazione di proletari in consumatori ecc.).
Quel che io intendo dire e´che la teoria della controcultura non solo e´sbagliata (=NON e´vero che il consumo é´creato dal Sistema) ma e´stata anche dannosissima in quanto ha eliminato (in Italia e altrove) gran parte della sinistra pensante.
secondo me la debolezza del marxismo è sopratutto teorica.
Mah. Normalmente uno si infastidisce quando qualcuno cerca di risalire dal tuo lessico a quello che pensi o sei. In questo caso, non mi infastidisco molto, in quanto quelle frasi le usavo, su cortese richiesta, per spiegare cosa volesse dire Pasolini. Però già doversene giustificare risulta un po' molesto.
So molto bene che Pasolini è mal capito dalla sinistra, o almeno da quel tipo di sinistra: anche lui è stato fagocitato,da morto. Però se lo critichiamo per questo, e per avere "oggettivamente" (altro termine che uso a mo' di citazione, tanto per mettere le mani avanti) favorito la controcultura, mi pare che così facendo mimiamo un'operazione controculturale. O no?
La sostanza mi pare un'altra: esistono fenomeni che noi giudichiamo sgradevoli, o addirittura nocivi. Tutti noi pensiamo che il consumismo sia uno di questi. Ma siamo aristocratici: ci fa schifo il Grande Fratello, ci fanno schifo gli show di Maria De Filippi. Tuttavia, ci fa schifo anche la banalizzazione che del fenomeno fanno i controculturali. Pensa un po' quanto farebbe schifo a D'Annunzio vedere in giro tutti questi dannunziani in sedicesimo. L'edonismo di massa, figuriamoci. Ma gli farebbero schifo anche quelli che lo combattono banalizzandolo, e dicendo che è di destra. Gente che ti leva anche il gusto di essere aristocraticamente contro, perchè potresti essere confuso con loro. E questa è la cosa che proprio non non si può sopportare.
capire come funziona, concretmente, nella storia.
niente 'schifo', niente 'colpe'.
per Francesca
Il mio commento precedente era in risposta a KK.
Ho ben compreso che tu vuoi fare un discorso asettico. Se poi è un discorso storico, meglio ancora. Se però l'esigenza discende dalla mancata comprensione di certi meccanismo logici da parte della sinistra, direi che è un'esigenza superata, appunto, dalla storia. Ce ne siamo accorti tutti che quelli là hanno fuso il motore. Possiamo discutere se fosse un errore di progettazione, o se mancasse l'olio. Analisi utile, se la finalità è di rimetterlo in funzione, il motore. Ma se serve a dimostrare che il motore è fuso, perchè quelli non lo vogliono ammettere, allora l'analisi serve a convincere i convinti.
Sais pas.. Forse il chauffeur è un po' sfigato, o disperato, o annoiato. Sais pas.
Sento un affetto
Pien di desir
Ch'ora è diletto
Ch'ora è martir
A onor del vero, mi sembri più Susanna che Cherubino.
Non so perche' Erasmo si sia infastidito o spinto a giustificarsi. Ne' capisco cosa c'entri lo snobismo. Il fatto e' che io NON credo affatto che "tutti noi consideriamo il consumismo nocivo": io, per es., credo che non esista il Consumismo, e che non sia affatto un male. E inoltre non credo affatto che Pasolini sia stato mal capito: al contrario, e' stato capito benissimo-e se non lo fosse stato, sarebbe tutt'altro che una perdita.
Ah, ma guarda che non c'è nessun problema di fastidio personale. Era solo una questione di metodo nella discussione: uno vorebbe essere preso a face value, ma se invece usi il mio lessico per classificarmi, stai spostando la discussione da quello che dico al perchè lo dico, a breve distanza dal portarla su quello che sono.
Quanto all'inesistenza del consumismo, non vorrei facessimo del nominalismo. Guardiamo qualche documentaruo degli anni '50, poi guardiamo il Grande Fratello, e poi diamo il nome che vogliamo al fenomeno. Può darsi che "consumismo" sia usurato, ma insomma, è per capirci.
La confusione che già Moravia faceva nella discussione con Pasolini era: d'accordo che ci sono mutamenti sgradevoli a guardarsi, ma almeno la gente non fa più la fame. Argomentazione che indubbiamente ha i piedi poggiati per terra. Su questo stesso filone di pensiero troviamo il costruttore napoletano interpretato, mi pare, da Rod Steiger nel film di Rosi, che, mostrando il suo palazzo in costruzione, indica un sanitario: "o vedi questo? è nu cesso" e poi argomenta che nei bassi il cesso non c'è, e che chi viene a abitare lì sta meglio di prima. Cioè: è logico che i consumatori preferiscono consumare piuttosto che non consumare. Il problema è il modello culturale. E, precisamente a questo punto, avviene la divaricazione fra quello che dice Pasolini e quello che dice la sinistra italiana, sulla falsariga di Moravia: è avvenuta una mutazione antropologica, e la sinistra non batte ciglio, anzi: la rimuove, e cerca spiegazioni esogene per le sue manifestazioni più sgradevoli (i fascisti, le TV di Berlusconi, gli speculatori, gli evasori fiscali, la guerra, il cardinal Ruini, eccetera).
Poi, per riempire il vuoto lasciato dalla rimozione, ci mette dentro un po' di controcultura, recuperando il tutto a un livello abbastanza superficiale da non creare danni politici.
E fin qui la sinistra più o meno sciocca. Secondo me, la tua posizione tende a confutare questa analisi superficiale. Però se, per confutarla, ti metti allo stesso livello, finisce che neghi il fenomeno più profondo. E' un fenomeno epocale, che ha cambiato le società occidentali, e sta creando tensioni globali.
"è LOGICO che i consumatori preferiscono consumare piuttosto che non consumare. Il problema è il modello culturale".
E a cosa sarebbe da contrapporre un nuovo modello culturale? Alla LOGICA?
O è proprio la logica il modello da superare?
A me pare, invece, che si tratti di tornare ad parlarsi, più prosaicamente, di quale sia il modo più efficace per sostituire ad una casa senza cesso, non un "cesso di casa", bensì una casa, bella, sana, ecologica, ecomica e via elencando in modo che i destinatari possano soddisfare il loro logico desiderio di cosumarla.
Però può darsi che non abbia capito nulla, lo dico senza ironia.
Cher Erasmo.
Per quel che riguarda me, ciò che volevo fare non era valutare se la 'controcultura' sia bella buona e interessante o whatever.
Mi limitavo a suggerire, perchè secondo me è cruciale, che la 'sinistra', in particolare quella che vassapéperché si autodefinisce 'radicale', ha ben poco a che fare con il marxismo ed è invece tutta ispirata di 'controcultura'. (Beh non volevo solo suggerirlo: questa sostituzione del marxismo con la controcultura è stata una roba esplicitamente programmata e teorizzata. In tune con lo spirito di questo blog pensavo magari di studiare questa cosa.. Mais passons).
Il 'marxismo' invece è passato nella 'cultura', e puoi averne un assaggio proprio qua sotto (peccato che abbia avuto 47 visite ma 0 commenti).
Dunque non se la controculura fa schifo o è magnifica: questo al momento non mi importa un fico.
Sicuramente l'oggetto della discussione non è il mio lessico. Comunque, già che ci siamo: è invalso nella lingua italiana corrente l'uso dell'aggettivo "logico" nell'accezione di "evidente", "ovvio", "naturale". Non c'entra nulla la logica come la trovi definita in un dizionario filosofico.
(Il commento più sopra era per Colico.)
Francesca, il link non si apre.
Ho apprezzato, al di là di quello che può essere trasparso, tutto quello che hai scritto. Ammiro anche la preparazione che c'è dietro.
Il tuo intento di "studio", come lo chiami tu, mi ha trovato un po' riottoso, ma non sono mica l'unico a accedere qui.
Mi sembra anche senza interesse la questione se il consumo abba almeno sfamato la ggente, sia pure al costo di brutture.
Ti chiedi perché mai la sinistra non abbia un progetto 'contro il consumismo'. Secondo me non ce l'ha precisamente perché essa è ispirata di 'controcultura' che è una diversa forma ma sempre di consumo. Ed è questo che conta: il terribbbbile e diabbbbolico consum-ismo è però contemporaneamente la fonderia aperta che permette la sintesi di CONTRO-cultura, di cambiamenti nella sensibilità, che NON sono tutti 'velatine TV'. Sono anche parità di diritti per gli omosessuali, diritto a scegliersi la propria vita, ect.
Ed è PROPRIO PER QUESTO che agli inizi degli anni '70 la sinistra buttò via il marxismo per la 'contro-cultura': il primo era diventato ormai concentrazionario, normava chi potevi vedere e con chi potevi parlare, produceva testi orrendi di barocchismi, ect. E CONTRO questa sclerotizzazione si inventò la radio libbbbera, l'effimero, ect. Solo che dopo circa 17 minuti, l'effimero diventa l'Effimero, il cazzeggio il Cazzeggio, e comincia a imporre riti, sacerdoti, linguaggi ect. L'Effimero o il Cazzeggio (con grand 'E' o 'C') tollerano TUTTO *tranne* che li si irrida. E dunque facciamo risatine davanti a S. Matteo (nonostante il film di PPP), ma dobbiamo inginocchiarci davanti all'Olio Balsamico di Modena.
Questa cosa non dovrebbe irritarti troppo, spero, se il tuo nick, anzi i tuoi due nick, vengono dall'autore del Moriae Encomium...
E dunque mi domando come mai il tuo blog abbia in exergue "a billion flies can't be wrong: eat shit", che è un famoso sarcasmo completamente annegato dentro la 'controcultura'). Il che non impedisce al sito della Repubblica di far premere un bottone a 60.000 tizi che in quel modo chiedono la liberazione del reporter: ('cause *he's a journalist*).
(en passant: domenica scorsa il Presidente Mugabe del Zimbabwe ha fatto arrestare il leader dell'opposizione: se c'è uno che ha il diritto di chiedere di essere liberato aggiungendo la sua qualifica è per l'appunto un leader dell'*opposizione*).
Hélas sono adnata un po' a passeggio. Sorry about that.
Ma ecco qui: quel che davvero mi stupisce in tutto questo è il clima LUGUBRE, l'infinita razionalizzazione in termini 'marxisti' di una specie di 'sfiga esistenziale', e la sua proiezione sull'Universo. Ecco, secondo me un po' di Desiderius Erasmus Roterdamus non farebbe male :)).
"è EVIDENTE che i consumatori preferiscono consumare piuttosto che non consumare. Il problema è il modello culturale".
E a cosa sarebbe da contrapporre un nuovo modello culturale? All'EVIDENZA?
O è proprio l'EVIDENZA il modello da superare?
A me pare che cambi poco. Comunque probabilmente ha ragione francesca. In questo monento non ha senso discutere di questo
Purtroppo non ho tempo, adesso. Rapidamente:
1. il sottotitolo del blog è temporaneo. Ce l'ho messo per una certa ragione, qualche giorno fa. Più che controculturale lo definirei antidemocratico, e comunque era già in giro negli anni sessanta.
2. io NON sono in disaccordo con te, nè con KK, sulla controcultura. Non mi caricare dell'onere di difendere la vaporosa sinistra italiana.
3. Non sono così fesso da chiedermi "perché mai la sinistra non abbia un progetto 'contro il consumismo'". Non sono neanche così fesso da pensare che ci possa ESSERE un progetto contro il consumismo. Mi pareva stessimo discutendo di fenomeni, non di cure. Poi, se posso, dico quello che mi piace e quello che no.
4. Non mi sono irritato. Ho, qua e là, espresso orticaria metodologica. E' diverso.
E ti faccio una confidenza: non mi irrito mai quando sono alla tastiera a fare queste cose. Ci mancherebbe altro.
5. E' stato un piacere
Il precedente commento era specificamente indirizzato a Francesca
Colico la tua domanda NON è per niente scema. E' fondamentale. Trascina dietro diecimila cose fichissime (beh, diciamo fichissime per me, almeno).
Che relazione c'è fra lo sviluppo di un 'modello(*) culturale' e il consumo? Marx: infrastruttura vs. struttura. Polanyi: l'economia (e dunque la funzione di consumo) è embedded.. Se c'è una 'logggica' questa loggggica è come? Marx: è dialectica. Ah? Come può essere dialectica se al suo INTERNO non può produrre l'anti-tesi?
Vediamo: come funzionava nella città di Uruk? E come invece nelle città del Mediterraneo? Che ne è della relazione infrast.->stuttura?
Allons voir: Come è successo che il 'consumo' di 'modelli orientali' permessi dal, well, 'consumo', ha così 'antropologicamente' trasformato la sensibilità del mondo classico, al punto che sull'Arco di Costantino le due, accostate, sembrano provenire da pianeti diversi? Come FUNZIONA la 'trasformazione antropologica'?
(*) un 'modello' culturale, je ne sais pas ce que c'est. E' un modello, no? Dopo x secoli siamo in grado di osservare certe 'features' di cui i contemporanei non hanno la più pallida idea (tranne gli Erasmus, forse), che ci permettono di dire "questo è très Louis XIV", questo è il "gotico", ect. Non ci sono che i 'sinistri radicali', la Curia, o i fascisti che pensino che si disegni un 'modello culturale' con x grammi di gotico, y di Grillo, e z di décrescita.
Un sacco di cose fichissime. Mi domando quando cavolo avrò mai il tempo o l'opportunità di chiacchierarne.
Vorrei tranquillizzare Erasmo: nessuno ha intenzione di "spostare il discorso su quello che sei", men che meno io. E proprio perche´non lo faccio, ti invito a far lo stesso con me e a non attribuirmi moventi che non ho.
A me incuriosiva proprio quel che dicevi. Secondo me nno ha proprio alcun senso accusare la sinistra di aver dimenticato Pasolini quando Pasolini e´proprio un precursore della sinistra attuale (e duqneu non e´stato affatto dimenticato, ma semmai perfettamente assimilato). E´vero che ci sono differenye tra Paoslini (che non aveva schifo del popolo, ma si limitava a rimpiangere il popolo di una volta) e la sinistra "radicale" di oggi (che invece ha proprio in schifo il popolo, quello che va in vacanza a Riccione e guarda il G.F.), ma insomma, come dici tu, siamo li´.
E siamo li´perche´, per fare due esempi:
i) l´altro giorno Pensatoio dice che la legge Biagi e´una legge cattiva perche´ha creato rpecarieta´; alla mia domanda, "ma i dati ce li hai?", risponde: "ah, e´una domanda daun milione di dollari" e poi mi cita due link che dicono che la legge Biagi ha AUMENTATO i posti di lavoro;
ii) "Erasmo" su questo blog dice che il marxismo e´sbagliato "storicamente" (=nessuna appropriazione del plusvalore) per poi aggiungere poco dopo che il plusvalore e´stato effettivamente apporopriato; dimostrazione: la produttivita´aumenta ma i salari no. A me pare l´esatto cotnrario: in Italia i salari reali sono aumentati FINCHE´ e´cresciuta la produttivita´, che adesso cala o e´ferma.
Non ho tempo or aper spiegarmi meglio, ma insomma il problema della sinistra e´´ che finche´non si riesce a tornare a parlare suls erio di queste cose, continueremo a giocare a chi esecra di piu´il G.F.
E poi cis arebbe un fichissimoa rticvolo di Merlo sulla repubblica di ieri, che emriterebbe un itnero post, tanto e´pieno di idiozie snobistiche. Ma non ho tempo.
Francesca, certo che ne parleremo! E mi piacerebbe piu´in la´parlare anche della teoria dle plusvalore di Marx, che interessa a parecchi (per es. a Pietro).
ho il sospetto che le tastiere austriache abbiano la y al posto della z.
kk, lei mi lavora troppo, trascurando ben altro...
l'articolo di merlo è un capolavoro!
Forse sono stato troppo sbrigativo. Mi pareva chiaro che, quando estendo il concetto di prelievo di plusvalore al finanziamento coatto della parte parassitaria della società, lo faccio in modo analogico, visto che Marx non poteva essere stato esposto a queste problematiche. Per parte parassitaria della società intendo proprio la maggior parte della PA, i finti invalidi, i percettori di spesa improduttiva, eccetera. Mi pare che tutto ciò non si trovi nel "Capitale". Se ciò viene interpretato come contraddittoria adesione al marxismo, vedo che non riesco a spiegarmi.
Chi sono i percettori di spesa improduttiva?
Tanti, Pippi, disperatamente tanti. Cominciamo dagli uscieri, per finire con il produttore dell'ultimo film italiano che è uscito.
Ehm... Urca...
Ecco, temo che la faccenda del plusvalore, in Marx, spiegi come funziona la formazione del capitale. Ora, la spesa della PA (Pubblica Administrazione, immagino?) *non* è 'capitale', e soprattutto il plusvalore, per definizione, NON va ai salariati. La cosa specifica della PA è che nessuno, neanche il Ministro, è un 'capitalista' (non possiede i mezzi di produzione); sono TUTTI salariati. I 'marxisti' da café ritengono anzi che proprio QUESTO FATTO giustifichi l'affermazione, che NON è in Marx, che tutta l'economia debba essere 'Pubblica Amministrazione'.
Se ti poni il problema dei 'parassiti' c'è il concetto di 'rendita' che è molto più interessante..
Ma io spero che tu non fraintenda: NESSUNO qui è tenuto 'sapere' questo o quello. Non ci sono risposte giuste o sbagliate, ma domande interessanti o cervellotiche, e soprattutto un modo diciamo 'onesto' di esaminare le questioni. Voilà