06.06.07

lettera aperta del Cardinale Zarmasnky al Cardinal Poloni

Caro Giorgio, prima di tutto grazie per la tua lettera e per l'invito, che accolgo molto volentieri. Non capita quasi mai che l'amicizia, sia pure, come la nostra, lunga e consolidata, divenga anche un'occasione di confronto e di discussione reale: un piccolo ma inequivocabile segnale che, nonostante tutto, questa fase puo' essere ancora molto fruttuosa. Ciascuno di noi, come tu dici, "ha aperto un cantiere", una prospettiva concreta, un "revisionismo": nella persuasione che oggi "rivedere" sia non solo necessario e utile, ma nient'affatto vocato ad operazioni pressoche' obbligate di liquidazione o cancellazione. La secolarizzazione, ha avuto invece questo senso e questo segno, condizionando per larghissima parte del '900 la nostra capacita', appunto, di "rivedere" e innovare senza abiurare. Ora, nel fuoco della vicenda politica (l'esperimento difficile del governo Prodi, la nascita del Partito democratico, la ristrutturazione che ne consegue dell'intero sistema politico) e della crisi della politica (che tutti denunciamo ma che facciamo fatica ad afferrare nella sua profondita'), il tema della "cattolicesimo democratico" si ripropone imperiosamente, scusa quel pizzico di enfasi retorica a cui non riesco a rinunciare. Si puo' fare tutto, ma non si puo', come mi pare tu dica, rinunciare a questa idea, a questa presenza. Ovvero, si puo', ma solo a condizione di tracciare un bilancio "definitivamente" negativo della sua storia passata e delle sue prospettive future, come temo si sia fatto e si stia facendo nella proposta del Pd. Ma, se invece riteniamo, come noi riteniamo, che senza una componente cattolica degna di questo nome e' la civilta' politica di un Paese a uscire dimidiata, allora si puo' cogliere l'occasione per fare, se non un "grande balzo in avanti", almeno uno scatto, un tentativo vero di nuovo inizio. Sgomberando il terreno dalla tentazione piu' ovvia: che e' quella, perfino comprensibile, di procedere all'adunata dei "credenti", o di tutti coloro che non si rassegnano a perdere le loro radici o la loro anima, di tutti coloro che si collocano, soggettivamente ed oggettivamente, al di fuori della sinistra del Pd. Per un verso non credo che ci siano utili scorciatoie organizzative, costruzioni immediatistiche di nuovi contenitori, ad imitazione eguale e contraria di quel Grande Contenitore che rischia di essere il Partito democratico. Per l'altro verso, e soprattutto, noi non ci possiamo consentire il lusso di sentirci e di essere percepiti come "credenti": per vivere, per andare oltre la sopravvivenza, siamo chiamati ad innovare davvero, non a rimettere in ordine, piu' o meno, il nostro patrimonio di certezze. Percio' abbiamo bisogno di mettere in atto un processo. Un percorso non banale. Una mobilitazione massiccia delle nostre forze, idee, sentimenti, capace di andare oltre di noi - noi clero, fedeli attivi e dirigenti di lungo corso - e di coinvolgere donne e uomini in carne ed ossa. Il popolo, come usavamo dire un tempo, che di un cattolicesimo innovato e unito e' il naturale referente. Ma proprio a questo popolo che cosa possiamo proporre se non una prospettiva "forte", un orizzonte, un futuro? Questo futuro, secondo me, e' una nuova idea di cattolicesimo. Non un cattolicesimo che eredita, quasi per obbligo, quel che resta dell'esperienza di venti secoli di storia, ma un cattolicesimo che affonda le sue radici nel XXI, in questo presente. Lo abbiamo visto affacciarsi nei nuovi movimenti giovanili che lo hanno inaugurato, nella loro rivendicazione, perentoria e anche forse ingenua, ma fortissima, di "un Vero Uomo e' possibile". Lo possiamo vedere nella crisi, ormai avanzata, della logica del mercato come unica modalita' di relazione tra i bisogni degli esseri umani: io non demonizzo nulla, Giorgio, nemmeno il mercato, ma ne vedo i limiti storici e insormontabili nelle mille tragedie che stanno sotto i nostri occhi, quotidianamente, nei tanti Sud che abitano il mondo, nel fallimento drammatico delle ricette neoliberiste, dell'ideologia della competizione, della flessibilita' e precarieta' come chiavi d'accesso a un nuovo benessere. Lo avvertiamo, anche e soprattutto, nella insolubilita' delle contraddizioni che si propongono ad ogni istante tra interesse generale e profitto, tra "beni comuni" ed egoismo dell'arricchimento elitario. Non so se tu sei d'accordo con me. Ma io sono davvero convinto che mai come in quest'epoca storica, caratterizzata da una straordinaria rivoluzione delle conoscenze scientifiche, comunicative e tecnologiche, non c'e' mai stata tanta disuguaglianza, non solo degli esiti e delle condizioni materiali, ma delle opportunita'. Non c'e' mai stato, tanto in agguato, il pericolo della fine di una coesione sociale minima, quel collante basico che tiene insieme una societa' dalle sue fondamenta. Non e' mai stato tanto concreto il rischio di un'ecatombe non delle classi, ma della specie umana, se i rapporti sul clima e sulle previsioni per i prossimi quarant'anni non sono un'esercitazione accademica, ma una analisi autorevole, rigorosa, fondata. Qui si affaccia la regressione: un numero crescente di persone sta sempre peggio, in Italia e nel mondo, e soprattutto si aspetta di stare sempre peggio. La guerra, la guerra permanente e preventiva nell'epoca in cui il mondo straripa di ricchezze enormi e di voglia straripante di pace, non e' forse il segnale piu' forte di questa assenza di futuro? Il cattolicesimo a cui pensiamo noi, Giorgio,e' proprio questo: e' l'unico antidoto concreto alla barbarie. E' la risposta necessaria alle iniquita' del presente, che riprende in mano la possibilita' di un "oltre", l'oltre che gia' indicava Gesu' Cristo quando ci spiegava che la nascita dello stato ci consente di pensare davvero, una volta che siamo stati capaci di delimitare cio' che "e' di Dio e cio' che di Cesare", all'inizio di una autentica "storia dell'uomo", mi si scusi il soggetto usato impropriamente come sinonimo di umanita'. Vogliamo lavorare insieme per rendere di nuovo credibile e concreta questo "sogno"? Dobbiamo essere disponibili. No, non e' solo un "sogno", anche se mi piace chiamarlo cosi': e' un grande investimento politico per tutti noi. Ho gia' avuto modo di scriverlo e lo ripeto in questo colloquio pubblico con te: il cattolicesimo, in fondo, e' il riscatto della politica. L'Identita' naturale dell'Italia e del suo popolo.